LODI e MILANO

SINDACATO UNICOBAS SCUOLA LOMBARDIA
Segretario regionale: prof. Paolo Latella

"Voltaire e Pertini affermavano: ... Non sono d'accordo con le tue idee ma darei la vita perché tu le possa esprimere..."

Questo é lo spirito del blog. Tutti, compreso i partiti e i sindacati anche se non corrispondono alla nostra idea politico sindacale, possono pubblicare idee e notizie che tutelano, garantiscono, migliorano la scuola pubblica in tutti gli ambiti, indirizzi scolastici, studenti, personale docente, Ata sia a tempo indeterminato che precari. Se volete pubblicare il vostro scritto inviatelo a: unicobas.lombardia@gmail.com

lunedì 20 febbraio 2017

Renziani e minoranza già litigano sul tesoro ereditato dal Pci (in vista dell'eventuale scissione)

Ancora non c'è stata la scissione (e non è detto che ci sarà) e già la maggioranza renziana e la minoranza "litigano" sul tesoro ereditato dal Partito Comunista, poi finito nelle casse del Pds e dei Ds. Lo riporta un articolo del Corriere della Sera che dà conto del piano messo già a punto dal tesoriere del Pd Francesco Bonifazi.
Bonifazi ha sulla scrivania un atto per intentare una causa civile e proteggere il tesoro del Pci da un'eventuale scissione portata avanti da Massimo D'Alema.
Circa 2400 immobili, oltre a 410 opere d'arte, tra cui pure due Guttuso e altre opere di Mazzacurati. È l'enorme tesoro a "filiera corta" che il Partito Comunista ha trasmesso a Pds e Ds, salvo poi essere tolto di fatto al Pd con un'abile mossa dell'ex tesoriere diessino Ugo Sposetti, fedelissimo di D'Alema. "Faremo una class action promossa da ex iscritti ai Democratici di sinistra - annuncia Bonifazi - perché quel patrimonio appartiene alla storia del nostro partito e non a una fondazione privata".
Un patrimonio che, in euro, vale almeno mezzo miliardo di euro. Secondo i renziani si arriva anche a toccare il miliardo. Un ammontare di beni che Sposetti, allora tesoriere, divise in circa 62 fondazioni e associazioni, riporta il Corsera, dislocate in tutta Italia. "Fu una mossa per tenere il patrimonio al riparo dai creditori dei Ds, che avevano accumulato centinaia di milioni di debiti ma soprattutto per evitare che finisse al Pd", fanno sapere dal Nazareno.
Bonifazi sta quindi lavorando a una class action per non far perdere al Pd, con un'eventuale scissione, tutta l'eredità accumulata e ha messo nel mirino l'operazione condotta da Sposetti.
"La legittima casa di questo patrimonio è il Pd - spiegano ancora dal Nazareno - non di D'Alema e i suoi. Bonifazi, che si è avvalso di consulenti, ritiene di aver individuato un vulnus giuridico: "Secondo il codice civile le fondazioni non sono uno strumento giuridico per "segregare" un patrimonio, bensì per perseguire un fine filantropico e culturale". [..] Ogni iscritto ds in disaccordo con quella scellerata decisione potrà fare causa alla rispettiva fondazione: abbiamo un lungo elenco. Perché c'è anche una questione politica chiave: quel patrimonio è stato accumulato grazie a tanti compagni e compagne che donarono i risparmi per costruire Case del Popolo e finanziare altre attività del partito".
Secondo Sposetti invece si trattò di un'operazione necessaria per far sì che il patrimonio "non si dissolvesse: le centinaia di sedi del patrimonio storico del Pci e dei partiti venuti dopo sono a disposizione delle attività del Partito Democratico", ha spiegato il senatore.

Fonte: Corriere della Sera e commento su Huffingtonpost

giovedì 16 febbraio 2017

Il confine tra mobbing e stalking

Dall’inglese to mob (attaccare, assalire) il fenomeno del mobbing si presenta come una fattispecie complessa. Si tratta di una condotta conflittuale e degenerativa protratta nel tempo volta ad escludere ed emarginare il lavoratore dipendente, che viene sottoposto a maltrattamenti in limine con vere e proprie persecuzioni da parte di colleghi e superiori. In assenza di una figura incriminatrice ad hoc nel codice penale per le condotte di mobbing, la giurisprudenza ha classicamente ricondotto il fenomeno del mobbing all’interno del perimetro sanzionatorio del delitto di cui all’articolo 572 codice penale, valorizzando il dato letterale della norma. Nell’articolo 572 codice penale, infatti, rubricato - a seguito delle modifiche operato dalla Legge n. 172/2012, “maltrattamenti contro familiari e conviventi”, vi è un espresso riferimento anche ai maltrattamenti contro una persona soggetta all’autorità dell’agente. Tuttavia l’applicazione della norma non può estendersi a qualsivoglia forma di discriminazione del datore avverso il lavoratore, ma si restringe a quelle peculiari ipotesi nelle quali il rapporto tra superiore e subordinato sia di natura para-familiare, ossia un contesto che per dimensioni e rapporti di quotidianità possa essere assimilato ad una famiglia. In sostanza, necessitando di un rapporto interpersonale caratterizzato da relazioni intense ed abituali tali da avvicinarsi a quelle familiari, non si deve cedere alla tentazione di collegare sistematicamente gli episodi di mobbing al reato ex articolo 572 codice penale, non potendosi sempre configurare un rapporto di natura para-familiare tra dipendenti e superiori nelle strutture aziendali, soprattutto in quelle di notevoli dimensioni. Altri orientamenti giurisprudenziali, infatti, hanno in questo senso escluso l’applicabilità dell’articolo 572 codice penale alla vicende svoltesi all’interno di grandi aziende[1].
Con un interessante pronuncia del 2014[2] un GUP di Taranto ha elaborato una soluzione alternativa alla classica sussunzione degli episodi di mobbing nella fattispecie dei maltrattamenti sul lavoro. Verificata l’insussistenza del rapporto para-familiare nell’azienda e valutato di non poter così applicare l’articolo 572 codice penale alla luce della richiamata giurisprudenza, il GUP, rinvenute diverse assonanze nella situazione patologica che intercorre tra mobber e vittima con il fenomeno criminale dello stalking, ha ritenuto di poter inquadrare la condotta di mobbing nella fattispecie di cui all’articolo 612 bis codice penale, rubricato “atti persecutori”.
Individuato dalla dottrina criminologica di common law e trasposto nel nostro ordinamento italiano per il tramite dell’articolo 612 bis codice penale con il dichiarato intento di apportare una tutela rafforzata e specifica contro variegate ipotesi di maltrattamenti e condotte aggressive, lo stalking, così tipizzato dal legislatore italiano, si delinea come una forma di persecuzione cui consegue il verificarsi di tre eventi alternativi: il ripetersi di una condotta di minaccia o di molestia indesiderata dalla vittima deve determinare una reazione emotiva che si manifesti in rilevanti disagi psichici, quali un perdurante e grave stato d’ansia e paura; ovvero nel fondato timore per la propria incolumità e quella delle persone care; ovvero ancora in un’alterazione delle proprie abitudini di vita.
Di conseguenza, sembrerebbe di poter ricondurre le casistiche di mobbing nella cornice del reato di stalking laddove la condotta del datore di lavoro si concretizzasse nella reiterazione di atteggiamenti discriminatori perpetrati a mezzo di minaccia e molestia tali da ingenerare nella vittima anche uno soltanto dei summenzionati eventi alternativi.
Tale soluzione non esula da critiche in merito a diversi profili di problematicità.
Nonostante alcune affinità tra la figura del mobbing e quella dello stalking, i due fenomeni presentano notevoli differenze. Soffermandosi, in primis, sul modus operandi del soggetto agente, si rileva una diversità sostanziale: il comportamento dello stalker si caratterizza per la ricerca di un contatto esasperato con la vittima, che viene letteralmente perseguitata e psicologicamente torturata al punto di arrivare, in certi casi, a modificare le proprie abitudini di vita per sfuggire all’ossessione del suo predatore; diversamente, nel caso del mobber, la condotta dell’agente si esplica solamente all’interno dell’ambiente di lavoro. Pertanto, benché i patimenti sofferti delle vittime di mobbing possano facilmente trascendere l’attività professionale riversandosi collateralmente nelle diverse sfere della vita privata incidendo sul generale benessere psicofisico, il locus commis delicti diviene un elemento di specificità del fenomeno. La violenza psicologica è ristretta ad un determinato ambiente sociale non rientrando, nel concetto di mobbing, le tensioni e i conflitti che si innescano in altri settori della vita.
In definitiva, lo stalking consiste nel deterioramento delle relazioni interpersonali la cui tipizzazione ad illecito penale rappresenta un’anticipazione di tutela rispetto ad un escalation di persecuzioni senza limite, mentre il mobbing si delinea come la degenerazione di un rapporto di lavoro che, pur presentando potenziali ripercussioni esterne, si consuma sempre e solo all’interno dell’ambiente lavorativo.
Vista la diversità oggettiva dei fenomeni, si tratteggia una certa differenza anche per ciò che concerne il profilo soggettivo. Le motivazioni e le finalità che animano le condotte sono opposte: il mobbing si caratterizza una serie di episodi persecutori connessi dal dolo specifico dell’agente volto a danneggiare il dipendente e terminare il rapporto di lavoro; lo stalking, invece, è un reato a dolo generico che si manifesta nella coscienza e volontà di cagionare uno degli eventi costitutivi della fattispecie, nel quale l’intento perseguito dall’agente non è di per sé distruttivo, ma si sostanzia nella patologica, disperata e insistente ricerca di un contatto con la vittima, ingenerando ansia e paura per la propria incolumità e per quella delle persone care.
In buona sostanza, il fenomeno dello stalking deve considerarsi come una forme di persecuzione ben più grave.
Le stesse finalità di tutela che hanno determinato l’elaborazione di queste due figure rimarcano e costituiscono la più grande differenza intercorrente tra le medesime.
Il delitto di “atti persecutori” ex articolo 612 codice penale è considerato un reato plurioffensivo, concepito a tutela dei beni della libertà morale (intesa come libertà di autodeterminazione), dell’integrità individuale (salute mentale e fisica della vittima) e, secondo alcuni autori[3], dell’incolumità individuale. Si tratta di una norma volta a prevenire un iter criminis che potrebbe potenzialmente portare a conseguenze ben più nefaste per la vittima rispetto agli eventi costitutivi del reato in questione, come la morte o lesioni gravissime.
La finalità di tutela del mobbing, invece, si rinviene nella salvaguardia del soggetto passivo nella sua dignità sul luogo di lavoro.
Orbene, considerando il limite del principio di offensività[4], per il quale l’azione criminale deve essere necessariamente lesiva dell’interesse tutelato dall’illecito penale tipico, la sussunzione di un’ipotesi di mobbing all’interno del quadro normativo dello stalking rischia di promuovere un sillogismo giuridico pericoloso, in quanto “un’equazione semplicistica che, di fronte all’eterogeneità delle relazioni sociali in analisi, porti ad allineare la tutela della serenità e fiducia nel rapporto di lavoro alla tutela dell’integrità psichica, confonde la ratio dei due modelli”[5].
Senonché, alla luce della disamina sin qui proposta, la criticità dell’equiparazione tra le due fattispecie consta nel fatto che se, oltre ai punti di contatto tra i due fenomeni, si considerano anche i beni giuridici tutelati dall’articolo 612 codice penale, l’inquadramento del mobbing nella cornice dello stalking giustificato dal solo verificarsi dell’evento giuridico descritto nella norma, rischia di distorcere la tipicità del reato di “atti persecutori”. Nell’accertamento tra la conformità del fatto e il tipo legale deve altresì valutarsi la presenza dell’offesa del bene giuridico tutelato, diversamente operando il confine tra l’interpretazione estensiva e quella analogica si assottiglia finanche a scomparire.
Per concludere, a parere di chi scrive il ricorso allo strumento del diritto penale deve ponderare scrupolosamente tutti gli aspetti di ogni singola vicenda. E non ci si riferisce sempre e solo a quelli normativi, ma anche a quelli personali. Se il disvalore delle condotte di mobbing si manifesta nella rottura dell’equilibrio di un rapporto di lavoro, la finalità da perseguire dovrebbe rivolgersi al recupero della relazione tra datore e lavoratore. Un recupero che porti ad una prosecuzione del rapporto oppure ad una pacifica conclusione dello stesso. L’intervento dello strumento penale rischierebbe di danneggiare anche le vittime del mobbing, soprattutto al giorno d’oggi, dove gli spazi e le professionalità nel mondo del lavoro si costruiscono anche grazie alla qualità ed alla solidità dei rapporti interpersonali. Non sempre lo strumento più invasivo è quello giusto, molto spesso la risoluzione di una controversia in sede civile potrebbe giovare ad entrambe le parti.
[1] Così, Cass. Pen. Sez. VI, n. 13088 del 20.03.2014; Cass. Pen. Sez. IV, n. 26594 del 26.06.2009, in www.olympus.uniurb.it/, fattispecie nelle quali la Suprema Corte, dinnanzi ad un’ipotesi di mobbing, ha escluso la sussistenza del delitto di cui all’art. 572 c.p. per essersi verificate le condotte vessatorie nel contesto di un’articolata realtà aziendale.
[2] Trib. di Taranto, n. 176 del 07.04.2014, in Il mobbing come stalking: prospettive e limiti, di Giovanna Pisani, in www.dirittopenalecontemporaneo.it.
[3] A. CADOPPI, Efficace la misura dell’ammonimento del questore, in Guida dir., 2009, pp. 19, 52.
[4] Sulla funzione politico-garantista dell’offesa F. MANTOVANI, in Diritto Penale, 2009, p. 209 e ss.
[5] GIOVANNA PISANI in Il mobbing come stalking: prospettive e limiti, in www.dirittopenalecontemporaneo.it, opera cui si rimanda per una trattazione più approfondita della tematica.
Articolo pubblicato in: Diritto penale

articolo di  
fonte: http://www.filodiritto.com/articoli/2016/10/il-confine-tra-mobbing-e-stalking.html

Sto difendendo un insegnante di una scuola primaria di Milano accusato ingiustamente...

Accade in una scuola primaria statale nella provincia di Milano.
Sto difendendo un insegnante, nella fase pregiudiziale, accusato dal dirigente scolastico per aver abbandonato la classe durante la lezione (è andato in bagno perché stava male). Nella classe sono presenti un bambino disabile grave e un bambino bes.
La lettera di contestazione di addebito fa riferimento proprio a questo episodio.
La memoria difensiva dimostra che:
1) L'insegnante ha spesso denunciato al dirigente scolastico l'assenza dell'insegnante di sostegno che si rifiuta di rimanere in classe perchè a suo dire è responsabile solo del bambino disabile .

2) Il bambino bes ha atteggiamenti aggressivi ed è pericoloso. Ha aggredito fisicamente una insegnante mandandola al pronto soccorso, ha malmenato diverse compagne ma non sono stati presi dei provvedimenti.

3) Il personale scolastico presente nel corridoio, alla richiesta di aiuto del docente perchè doveva andare in bagno si è rifiutato di vigilare per il brevissimo periodo la classe.

4) Alla richiesta con l'interfono al vicario di provvedere alla breve sostituzione, il vice preside ha detto che non c'erano insegnanti disponibili mentre in sala insegnanti erano presenti docenti in attesa di supplenza.

Ricordo che è compito del dirigente scolastico definire tutte le strategie e attivare tutte le azioni idonee all'inclusione e al superamento di queste criticità. Il bambino va tutelato e difeso e nella classe non devono accadere situazioni del genere, i bambini devono vivere la quotidianità scolastica in modo sereno. Come stabilisce la normativa, nella classe deve essere presente un insegnante di sostegno che non deve occuparsi solo dello studente disabile grave.

Inoltre il dirigente sta inviando quasi una raccomandata al giorno al docente che si trova in una situazione psicologica critica. Addirittura sono state contestati anche ritardi inesistenti sia di ingresso che di consegna del programma proprio nei giorni in cui l'insegnante era in malattia. 

Il consiglio di classe non è intervenuto in difesa del collega... ulteriore dimostrazione di come, a volte, i colleghi si disinteressano delle situazioni e pensano solo al proprio orticello per non avere problemi... con il DS.
Stiamo valutando se presentare una denuncia di mobbing e stalking alla Procura della Repubblica di Milano.

Aspettiamo che il dirigente legga la memoria difensiva e mi auguro che questa spiacevole situazione venga chiarita e si prendano seri provvedimenti nei confronti di chi si è rifiutato di aiutare l'insegnante in difficoltà. Alcune considerazioni: è assurdo che che i bambini e gli insegnanti debbano subire aggressioni fisiche.

Di fronte a casi gravi di comportamenti aggressivi è assolutamente necessario ampliare la rete degli interventi. Una rete adeguata potrebbe prevedere l’intervento di psicologo, neuropsichiatra infantile, psicoterapeuta, educatore, anche con possibili interventi domiciliari. La famiglia dovrebbe condividere le regole di comportamento, sanzionando tramite identiche strategie i comportamenti scorretti, di comune accordo con la scuola, veramente intesa come intera comunità educante, che si faccia carico del problema, investendone anche il Gruppo di Lavoro per l’Inclusività, in tutte le sue componenti, non lasciando i docenti di classe da soli a fronteggiare le situazioni... ma questo lo sappiamo che dovrebbe essere compito della politica e nella legge delega sul sostegno purtroppo non è previsto.


Paolo Latella
Segretario della Lombardia
Dirigente nazionale Unicobas Scuola

sabato 11 febbraio 2017

Cara mamma Cgil Scuola, cosa mi succede stasera? Il 26 luglio 2016 erano solo parole soltanto parole… alla fine “la chiamata diretta” si farà!

Cara mamma Cgil Scuola, cosa mi succede stasera?

Il 26 luglio 2016 erano solo parole soltanto parole… alla fine “la chiamata diretta” si farà!

Era il 24 luglio 2016 e Pantaleo l’ex segretario della Flc-Cgil Scuola attaccava duramente le scelte del governo sulla chiamata diretta dei docenti.
Pantaleo affermava:  Si tratta di scelte in grado di provocare solo rabbia, rancore e divisioni all'interno del personale scolastico. Il governo, con il suo operato, non ha fatto altro che continuare l'attuazione delle politiche dell'ex ministro Gelmini e il dissenso della scuola è stato chiaramente manifestato in occasione del voto delle amministrative e dai due milioni di firme raccolte per il referendum, confermiamo il massimo impegno per contrastare, nei prossimi mesi, la chiamata diretta che va a calpestare i diritti e la dignità professionale dei docenti”.

Sono passati sette mesi dai proclami e dalle minacce di una guerra sociale contro il Governo in difesa della scuola pubblica… e da allora tutto è cambiato anzi nulla è cambiato. La Flc-Cgil il 9 novembre era seduta tranquillamente al tavolo delle trattative insieme alla Cisl, Uil, Snals e Gilda.
Ecco il comunicato della Cgil tutt’altro che di scontro sindacale con il Governo:
Rispetto alla prima bozza  di proposta illustrata nel primo incontro, nella riunione di giovedì 9 febbraio 2017 sono stati registrati alcuni significativi passi di convergenza su alcuni aspetti. Permane ancora una significativa distanza su diverse altre parti, ma il clima al tavolo lascia sperare in una possibile soluzione condivisa tra le parti. La trattativa proseguirà nelle giornate di mercoledì 15 (di pomeriggio) e giovedì 16 di mattina”.

Altro che guerra al Governo contro la “Chiamata diretta! Inciucio… micio micio bau bau in arrivo!

Durante l’incontro (tra i sindacati confederali e il ministro Fedeli) del 9 febbraio pare che il Miur abbia ridotto il numero di requisiti da richiedere ai docenti da 36 a 27.

I 27 requisiti sono segreti e guai a divulgarli al personale della scuola (insegnanti e personale non docente)  e si trovano sulla scrivania dei segretari di Flc Cgil – Cisl – Uil – Snals e Gilda, ma possiamo intuire che tra questi requisiti avranno un “peso” importante gli incarichi organizzativi, la presenza nello staff del dirigente scolastico , essere stato referente per progetti di reti di scuole, attività di tutoraggio).
Sarà importante il colloquio che l’insegnante dovrà sostenere davanti al Dirigente.

Potrei usare aggettivi come vergognoso, scandaloso ma non lo farò scrivo solo che la coerenza in politica e nel modo sindacale tra confederali e i lavoratori è soltanto di facciata.

L’incontro con il Miur sulla " Chiamata diretta " in pratica sull’assegnazione dei docenti titolari di ambito su scuola scelti dai dirigenti avverrà il 15 febbraio.

Sappiamo intanto che il Collegio dei docenti sulla “chiamata diretta” non avrà funzioni deliberative ma consultive.

In pratica una riunione inutile perché il dirigente potrà decidere da solo i 27 criteri.

Chi presenterà la domanda di trasferimento... a cosa andrà incontro?

Insomma il 15 febbraio 2017 sapremo l'inciucio... che uscirà dall'incontro.

Noi intanto siamo riusciti nell'intento di coinvolgere tutti i sindacati di base in un grande sciopero generale unitario.

Parteciperanno Cobas, Unicobas, Usb, Anief e Cub e scenderanno davanti al MIUR il 17 marzo alle 9,30 per gridare NO a tutta legge 107 e agli 8 figli e figliastri della legge cioè le 8 leggi delega che consentiranno al PD di schiacciare il bottone per la totale distruzione della scuola pubblica laica statale.

Un’ultima considerazione che riguarda gli insegnanti tecnico pratici (ITP) della scuola statale.
Il Governo agli insegnanti di laboratorio ha sbattuto definitivamente la porta in faccia! A questa professionalità ha detto di no! Ha detto basta! Costate troppo! Dalla riforma Berlinguer ad oggi più della metà dei posti occupati in questi laboratori sono stati cancellati. Il Partito Democratico ha presentato due decreti per bloccare le tre sentenze esecutive del Tar del Lazio che obbligava il Miur a ripristinare le ore cancellate delle materie di indirizzo e dei laboratori negli istituti tecnici e professionali. 

Con questa scelta i laboratori verranno cancellati e ovviamente gli insegnanti tecnico pratici finiranno nella giungla degli esuberi. Una vergogna! Una scelta reazionaria del Partito Democratico che con due decreti "politici" bloccherà le sentenze esecutive del Tar del Lazio e soprattutto il diritto allo studio! Lo ricorderemo il giorno delle elezioni politiche!

Le frasi di Pantaleo del 24 luglio erano vere? Avrebbe voluto contestare il Governo contro la “Chiamata diretta”? Qualcuno non gliel’ha permesso?

Insegno dal 1985 nella scuola italiana e di proclami della Cgil ne ho sentiti e letti… che voi umani non potreste immaginarvi.
[…] E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia…

È tempo di… scendere in piazza il 17 marzo 2017 alle 9,30 davanti al Miur!
Perché la scuola pubblica laica statale non deve morire!

Paolo Latella
Segretario della Lombardia
Dirigente nazionale dell'Unicobas Scuola

giovedì 9 febbraio 2017

Visite fiscali 2017 orari: guida completa con tutte le novità, gli orari aggiornati e le regole, per lavoratori privati, statali e per gli insegnanti per non incorrere in problemi e sanzioni.

Visite fiscali 2017: informazioni su orari per insegnanti, dipendenti pubblici e privati del 2017. Di seguito tutte le novità sulle novità fiscali 2017 introdotte con la decisione del Ministro Madia di riformare gli orari e le fasce di reperibilità.

Le visite fiscali 2017 e i loro orari cambiano infatti con le decisioni della Madia, che stabilisce un nuovo polo informatizzato Inps e soprattutto dei controlli ripetuti sullo stesso periodo di malattia.
Ciò vorrà dire che per gli stessi giorni di malattia si potranno ricevere più di una volta la visita fiscale negli orari stabiliti per il 2017. Di seguito vedremo nel dettaglio cosa cambia per statali, insegnanti e lavoratori privati.

Gli orari per le visite fiscali erano ormai stabilite da un paio di anni e anche per il 2017 le fasce di reperibilità rimarranno invariate. Gli orari delle visite fiscali, come per lo scorso anno, saranno differenziate per i lavoratori privati e i dipendenti pubblici.
Vedremo se con l’introduzione della riforma, che verrà discussa a metà febbraio 2017, cambieranno le fasce orarie per la visita.

Per chi non fosse bene informato con il termine visita fiscale si intendono gli orari in cui i dipendenti pubblici e privati sono sottoposti a controlli in caso di assenza dal lavoro per malattia.
Conoscere gli orari aggiornati in cui possono avvenire le visite fiscali è importante per il lavoratori di qualsiasi settore, date le pesanti sanzioni previste.

L’INPS, attraverso un’apposita circolare, ha illustrato le modifiche entrate in vigore dallo scorso anno: le regole diramate dall’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale riguardano sia i Medici fiscali e che i lavoratori. Le regole e le sanzioni stabilite per le visite fiscali sembra che rimarranno invariate anche per il 2017 e al momento non sono state comunicate variazioni.

I lavoratori, in particolare, nel caso in cui al momento della visita fiscale non si trovassero nel domicilio indicato nella documentazione, andranno incontro a pesanti sanzioni.
Per evitare problemi quando si è in malattia è dunque necessario sapere quando vengono applicati i controlli.

In caso di malattia il dipendente pubblico o privato dovrà farsi rilasciare il certificato medico e rendersi reperibile presso l’indirizzo indicato per la visita fiscale. Sarà poi obbligo del medico curante inviare, in modo telematico, l’attestato medico all’Istituto di Previdenza.
Il dipendente, entro due giorni dal verificarsi della malattia, dovrà inviare copia del certificato al datore di lavoro.

Il Ministro Madia ha reso nota la sua proposta di riforma delle visite fiscali e del funzionamento della Pa. Tanti i cambiamenti con il Decreto Madia a partire dall’istituzione di una polo unico informatizzato per la gestione delle visite fiscali per statali e privati gestito dall’Inps.

Verrà infatti istituito un polo unico a cui far riferimento per tutti gli argomenti di materia “visite fiscali e orari di malattia”. Sarà poi questo polo a svolgere tutti gli accertamenti e inviare il medico al domicilio del lavoratore malato nelle fasce orarie previste per legge.
Statali, insegnanti e privati faranno così riferimento ad un unico centro, il cui obiettivo sarà quello di rafforzare l’efficacia dei controlli.

Quindi per i dipendenti pubblici cambia tutti, dal momento che non faranno più riferimento alla Asl, ma comunque a questo centro dell’Inps. Questa però non è l’unica novità, dal momento che nel decreto dovrebbe essere presente anche l’armonizzazione delle fasce orarie di reperibilità.

Al momento infatti i dipendenti pubblici devono essere reperibili per 4 ore, mentre i privati per 7 ore nel giorno della malattia. Ciò potrebbe cambiare a partire da metà febbraio, dal momento che si dovrebbe andare verso un periodo di reperibilità uguale per tutti.
I dipendenti pubblici potrebbero quindi ben presto dover essere reperibili ben oltre l’orario stabilito al momento.

Inoltre sembra che i controlli, con l’introduzione del decreto Madia, potranno essere ripetuti e per lo stesso periodo di malattia si potranno avere anche più visite fiscali.
Quindi non si sarà esentati da licenziamento o da altri provvedimenti dopo aver ricevuto la prima visita fiscale.

Per il momento tutte le novità del decreto Madia non sono però entrate in vigore e dovremo attendere metà febbraio perché queste nuove disposizioni sulle visite fiscali vengano messe in pratica.
Per il momento gli orari e le fasce di reperibilità per le visite fiscali sono quelle di seguito e non vi sono ancora cambiamenti per le visite fiscali 2017.
Visite fiscali dipendenti Statali, le regole per il 2017

Vengono accorpati all’interno di questo gruppo: i dipendenti statali, gli insegnanti, i lavoratori della Pubblica Amministrazione, i lavoratori degli Enti locali, i vigili del fuoco, la Polizia di Stato, le Asl, i militari e in generale le forze armate.

La reperibilità in questo caso è attiva 7 giorni su 7, comprese le giornate non lavorative, i festivi, i prefestivi e i weekend. Ciò comporta che si dovrà rimanere presso il proprio domicilio anche nei giorni non lavorativi, come ad esempio domenica o giornate di festa.

Per quanto riguarda le fasce orarie, i lavoratori potranno ricevere una visita fiscale:
dalle ore: 9.00 alle ore: 13.00,
dalle ore: 15:00 alle ore: 18:00.

Nelle seguenti fasce orarie i dipendenti statali sono tenuti a restare presso l’indirizzo di residenza indicato nella documentazione medica di malattia e attendere la visita del medico fiscale inviata dal datore di lavoro o dall’INPS.

Il vincolo di reperibilità decade in presenza dei seguenti motivi:

1) malattie di una certa entità di cui necessitano cure salvavita.
2) Infortuni di lavoro.
3) Patologie documentate e identificate le cause di servizio.
4) Quadri morbosi inerenti alla circostanza di menomazione attestata.
5) Gestazione a rischio.

Sono esenti anche i dipendenti che hanno già ricevuto la visita fiscale per il periodo di prognosi indicato nel certificato.
Nell’art. 10 del Decreto Legge 15 settembre 2000 si può leggere la lista delle terapie che comportano esclusione dalle visite fiscali.

Sono esentati da visita fiscale i lavoratori che per le terapie devono sottoporsi a ricovero, anche in day hospital. In questi casi non si dovrà portare il certificato medico.
Visite fiscali per insegnanti e comparto scuola, le regole per il 2017

Per i docenti e tutti i dipendenti del settore scuola valgono gli orari e le modalità indicate per i dipendenti pubblici. Ma in questo caso il Dirigente scolastico potrà richiedere la visita fiscale sin dal primo giorno di malattia solo in casi specifici.

La richiesta della visita fiscale può infatti avvenire fin dal primo giorno di malattia solo per le assenze che si verificano subito prima o subito dopo dei periodi non lavorativi.
Il Preside potrà quindi chiedere una visita fiscale nel primo giorno di malattia nei periodi successivi o precedenti alle pause festive, come ad esempio Pasqua o natale, o ai weekend.
Visite fiscali dipendenti privati, le regole per il 2017

Anche per i dipendenti privati gli orari della visita fiscale per il 2017 rimangono gli stessi e non subiscono variazioni rispetto all’anno precedente.
Per quanto riguarda i dipendenti privati, permane l’obbligo di reperibilità 7 giorni su 7, ma, rispetto ai lavoratori pubblici, cambiano leggermente gli orari:
dalle ore: 10:00 alle ore: 12:00.
dalle ore: 17:00 alle ore: 19:00.

Le eccezioni e le esenzioni precedentemente elencate per i lavoratori pubblici, valgono anche per i dipendenti privati.
Visite fiscali 2017: le regole per il medico

Il medico fiscale ha il dovere di verificare le condizioni fisiche del paziente e di analizzare la patologia riportata all’interno del documento di malattia. In caso di necessità, potrà protrarre la diagnosi di 48 ore, variarla e sollecitare il dipende a sottoporsi ad un controllo specialistico.

Sarà compito del medico inviare poi l’attestato medico all’Istituto di Previdenza, entro il giorno seguente all’inizio della malattia. Il dipendente invece dovrà trasmettere la copia del certificato medico al datore di lavoro entro due giorni dall’inizio della malattia.
In questo caso si potrà mandare anche solo il numero di protocollo, con cui poi verranno svolti i controlli.
Visite fiscali: le sanzioni

Se, al momento della visita fiscale, il lavoratore non si trovasse all’interno della residenza segnalata nella certificazione e fosse sprovvisto di motivazione, non avrà più diritto al 100% retribuzione per i primi 10 giorni di malattia. Per i giorni seguenti
invece la retribuzione scenderà al 50%.

Il dipendente avrà inoltre 15 giorni di tempo per comprovare la propria assenza ed evitare la sanzione sopra indicata.
Lo stipendio durante il periodo di malattia

Nel corso del periodo di assenza per malattia, lo stipendio diminuisce progressivamente alle fasce temporali:
dall’inizio della malattia e fino al nono mese (incluso) la retribuzione sarà del 100%,
dal 10° mese fino ad un anno di assenza la retribuzione sarà del 90%,
dal 13° al 18° mese, la retribuzione sarà pari al 50%.
Visite fiscali 2017: cosa succede il sabato, la domenica e i giorni festivi?

Gli orari delle visite fiscali sono validi anche per i giorni festivi e durante il week end, questo perché il datore di lavoro ha diritto a richiedere la visita fiscale anche durante questo periodo.
Se il week end o il giorno festivo ricade durante il periodo di malattia si può infatti richiedere una visita fiscale al lavoratore malato.

In questo caso però la richiesta della visita fiscale è a pagamento e la fatturazione deve avvenire al richiedente nel momento della richiesta. La richiesta deve inoltre essere inoltrata entro le 11:30 del giorno precedente al giorno di richiesta della visita.

Le fasce orarie per la visita fiscale in questo caso saranno i seguenti per i lavoratori privati:
dalle 10:00 alle 12:00;
dalle 17:00 alle 19:00.

Anche per i dipendenti pubblici gli orari invece rimangono quelli che abbiamo messo in chiaro in precedenza: dalle 9:00 alle 13:00 e poi dalle 15:00 alle 18:00.
Lo stesso orario è in vigore per gli insegnanti, che dovranno quindi rispettare le fasce orarie stabilite per i dipendenti pubblici.

fonte: https://www.forexinfo.it/visite-fiscali-2017-orari-regole-sanzioni

mercoledì 8 febbraio 2017

Il docente tecnico pratico (ITP) è un patrimonio professionale, un esempio concreto di eccellenza italiana ma che si sta estinguendo per colpa di questa politica...

La figura dell'insegnante tecnico pratico spesso viene scambiata per assistente tecnico ma è un docente a tutti gli effetti.


Bisogna però rammentare a qualche collega di laboratorio che proprio la (compresenza) deve prevedere una propria didattica collegata agli argomenti trattati dal docente teorico. 

Non si può lasciare gran parte delle attività didattiche all'insegnante di teoria altrimenti si corre il rischio di passare dalla parte del torto. 
Per questo motivo dobbiamo continuare il nostro validissimo e preziosissimo lavoro in laboratorio perchè la scuola pubblica laica statale ha la necessità del supporto fondamentale del docente di laboratorio, anzi andrebbe inserito trasversalmente in ogni ordine di scuola nell'ambito delle nuove tecnologie.
Nel caso del laboratorio di informatica gestionale, gli esercizi nei vari linguaggi di programmazione ed i progetti informatici devono essere gestiti dagli Itp (insegnanti tecnico pratici) dalla fase di progetto fino alla pubblicazione dell'applicativo sul Web o sul server dell'Istituto. 
Tutta la fase di controllo (verifiche e interrogazioni degli studenti) nel laboratorio devono essere effettuati dall'insegnante tecnico pratico.

l''Itp deve "passare" i voti pratici al collega teorico che li utilizzerà nell'insieme della valutazione della materia.

E' ovvio che le valutazioni non possono essere completamente diverse... tra orale, scritto e pratico... perchè vuol dire allora che c'è qualcosa che non quadra nella valutazione.
Ci deve essere una grande "intesa" didattica tra i due docenti. 

Il successo didattico delle conoscenze e delle competenze sta proprio in questa sinergia.

Il programma didattico sia quello preventivo, intermedio e finale può essere presentato anche solo dall'insegnante teorico, è importante però che specifichi la parte laboratoriale a cura dell'insegnante tecnico pratico (Itp).

Ho proposto l'esempio del docente di laboratorio di informatica gestionale che insegna nel corso di studi della scuola secondaria di secondo grado nel secondo biennio e quinto anno: Amministrazione Finanza e Marketing articolazione: Sistemi Informativi Aziendali (ex Mercurio - programmatori) ma la progettualità e le attività che ho descritto, poste in altre materie laboratoriale negli istituti tecnici e professionali, devono seguire lo stesso iter didattico.

Rammento ai dirigenti scolastici che si ostinano a non consentire ai colleghi ITP l'accesso e l'utilizzo del registro on line che il decreto legislativo 1277/48 introduce nel Comparto Istruzione italiano il profilo dell’Insegnante Tecnico Pratico (ITP) il cui titolo di accesso all’insegnamento è il Diploma quinquennale abilitante.

Ai sensi dell’art.5 della Legge 124 del 1999 viene riconosciuta al profilo dell’ITP piena autonomia e completa priorità di voto sia in sede di valutazione sia nelle operazioni di scrutinio, dotando lo stesso di registro personale, al pari degli altri docenti.

Al profilo dell’ITP viene affidata la responsabilità di conduzione delle attività di laboratorio nelle istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado, dapprima in piena autonomia e successivamente, con ore parziali, in compresenza riconoscendogli, giuridicamente ed economicamente, il ruolo e la dignità di “docente”.

Le attività didattiche cosiddette “tecnico-pratiche”, ancorché in compresenza, si svolgono nei laboratori alla presenza di un assistente tecnico di laboratorio che, non appartenente al profilo docente ma al personale ATA, al quale spetta di provvedere alla preparazione del materiale e degli strumenti per le esperienze didattiche e per le esercitazioni pratiche nonché il riordino e la conservazione del materiale e delle attrezzature tecniche, mentre la conduzione dell’attività didattica è esclusiva competenza dell’insegnante tecnico pratico nella sua funzione e ruolo di docente.

Il profilo di ITP opera in sinergia, e mai in subordine nè gerarchico né funzionale, col docente teorico condividendo, insieme, strumenti , criteri ed obiettivi sia didattici che valutativi.

L’ITP in virtù dei livelli operativi succitati, si configura come un profilo appartenente al ruolo docente e non va confuso con la figura dell’Assistente di Cattedra soppressa fin dal 1999, o con quella dell’Assistente Tecnico, appartenente al ruolo ATA (Ausiliari, Tecnici, amministrativi).

Gli ITP sono un patrimonio culturale importante che ogni scuola dovrebbe avere, non solo gli istituti tecnici e professionali.

Con la presenza dei docenti di laboratorio potremmo aumentare le competenze degli studenti di ogni ordine scolastico e grado di istruzione. 

Ecco di chi stiamo parlando, sono gli insegnanti di:

Conversazione in lingua straniera Laboratori di Fisica
Laboratori di liuteria Laboratorio di logistica
Laboratorio di odontotecnica Laboratorio di ottica
Laboratori di produzioni industriali ed artigianali della ceramica
Laboratori di scienze e tecnologie aeronautiche
Laboratori di scienze e tecnologie delle costruzioni aeronautiche
Laboratori di scienze e tecnologie agrarie
Laboratori di scienze e tecnologie chimiche e microbiologiche
Laboratori di scienze e tecnologie della calzatura e della moda
Laboratori di scienze e tecnologie delle costruzioni
Laboratori di scienze e tecnologie elettriche ed elettroniche
Laboratori di scienze e tecnologie informatiche
Laboratori di scienze e tecnologie meccaniche
Laboratori di scienze e tecnologie tessili, dell’abbigliamento e della moda
Laboratori di servizi di ricettività alberghiera
Laboratori di servizi enogastronomici, settore cucina
Laboratori di servizi enogastronomici, settore sala e vendita
Laboratori di tecnologie e tecniche delle comunicazioni multimediali
Laboratori per i servizi socio–sanitari
Laboratorio di scienze e tecnologie nautiche
Laboratorio di scienze e tecnologie delle costruzioni navali
Laboratorio di tecnologie del legno
Laboratorio di tecnologie del marmo
Laboratorio di tecnologie orafe Gabinetto fisioterapico
Addetto all’ufficio tecnico
Esercitazioni pratiche per centralinisti telefonici
Esercitazioni di pratica professionale
Conversazione in lingua straniera (FRANCESE)
Conversazione in lingua straniera (INGLESE)
Conversazione in lingua straniera (SPAGNOLO)
Conversazione in lingua straniera (TEDESCO)
Conversazione in lingua straniera (RUSSO)
Conversazione in lingua straniera (ALBANESE)
Conversazione in lingua straniera (SLOVENO)
Conversazione in lingua straniera (SERBO-CROATO)
Conversazione in lingua straniera (CINESE)
Conversazione in lingua straniera (GIAPPONESE)
Conversazione in lingua straniera (EBRAICO)
Conversazione in lingua straniera (ARABO)
Conversazione in lingua straniera (NEO-GRECO)
Conversazione in lingua straniera (PORTOGHESE)

Molti insegnanti di laboratorio (sono compresi tra gli ITP gli insegnanti di conversazione di lingua straniera) per poter rimanere nella scuola hanno dovuto studiare e abilitarsi sul sostegno. Insomma inventarsi un altro mestiere perchè quello che avevano scelto, per cui avevano studiato non serviva più, allo Stato questi insegnanti costavano troppo... e molti di loro hanno addirittura perso il lavoro perchè è stata cancellata la compresenza in diversi corsi di studio.


Il Governo agli insegnanti di laboratorio ha sbattuto definitivamente la porta in faccia! A questa professionalità ha detto di no! Ha detto basta! Costate troppo! Dalla riforma Berlinguer ad oggi più della metà dei posti occupati in questi laboratori sono stati cancellati. Il Partito Democratico ha presentato due decreti per bloccare le tre sentenze esecutive del Tar del Lazio che obbligava il Miur a ripristinare le ore cancellate delle materie di indirizzo e dei laboratori negli istituti tecnici e professionali. 

Con questa scelta i laboratori verranno cancellati e ovviamente gli insegnanti tecnico pratici finiranno nella giungla degli esuberi. Una vergogna! Una scelta reazionaria del Partito Democratico che con due decreti "politici" bloccherà le sentenze esecutive del Tar del Lazio e soprattutto il diritto allo studio! Ce lo ricorderemo il giorno delle elezioni politiche!

I miliardi di euro destinati all'istruzione statale sono stati dirottati in altri ministeri... ma questa storia già la conoscete.

E poi ci domandiamo perchè molti dei nostri studenti sono degli analfabeti funzionali.

Paolo Latella
Segretario Unicobas Scuola Lombardia
Membro della direzione nazionale del sindacato Unicobas Scuola

martedì 7 febbraio 2017

E' colpa degli insegnanti della scuola statale se gli studenti sono ignoranti? No! Rivolgetevi ai politici incompetenti!

prof. Paolo Latella
Unicobas Scuola Lombardia
La docente universitaria Emma Nardi (Università Roma Tre) ha dovuto correggere l'email degli studenti perchè piene di errori grammaticali, lo sta facendo dal 2010...

600 tra accademici della Crusca, rettori, storici (Galli della Loggia, Canfora ed Isnenghi), filosofi (Cacciari), sociologi (Diamanti) hanno firmato un appello e inviato al Governo nel quale denunciano l'incapacità degli studenti di scrivere in italiano.

Dopo tutte queste denunce... facciamo chiarezza. Di chi è la colpa?

Dalla riforma Berlinguer fino ad oggi la scuola pubblica laica statale ha subito una regressione strutturale dal punto di vista didattico (riduzione di ore di lezione frontale e laboratoriale per gli studenti ma con un programma da svolgere addirittura maggiore) e organizzativo gestionale ( aumento del 100 % di classi assegnate ai professori, da tre classi a 6-8 classi e spesso con un numero massimo di tre ore per classe), aggiungiamo anche un progressivo impoverimento culturale dei giovani per la poca voglia di leggere e studiare e la quasi totale mancanza di interessi e motivazioni verso la conoscenza.

Con la riforma Gelmini-Tremonti hanno tagliato tutto, le classi di concorso, l'orario di scuola, i laboratori, i progetti, i fondi per gli interventi didattico-educativi, le funzioni del collegio dei docenti, le ore di assistenza didattica da assegnare ai disabili, la carta igienica.

Il Tar del Lazio ha emesso, in questi ultimi anni, tre sentenze esecutive dichiarando che quella riforma riduceva il diritto all'istruzione cancellando le ore di lezione frontali e laboratoriali delle discipline d'indirizzo per tutti gli studenti degli istituti tecnici e professionali.

Il ripristino immediato del vecchio quadro orario di 36 ore di lezione alla settimana doveva avvenire già dal 2013.

Il Miur avrebbe dovuto ripristinare gli orari precedenti ai decreti 87 e 88 del 2010, annullati dallo stesso Tar Lazio a seguito del primo ricorso (sentenza n. 3527/2013).

Ecco le sentenze:
Sentenza esecutiva del Tar del Lazio n. 3019 dell'8 marzo 2016
Sentenza esecutiva del Tar del Lazio n. 6438/2015
Sentenza esecutiva del Tar del Lazio n. 3527/2013

Il Ministero dell'Istruzione è fuori legge come sono fuori legge i ministri che dal 2013 hanno diretto il dicastero di Viale Trastevere a Roma non rispettando le regole e le sentenze del Tar del Lazio!

Sparare sugli insegnanti della scuola statale come al solito è troppo semplice... dare a loro la colpa dell'analfabetismo funzionale degli studenti è assurdo, paradossale e vergognoso!

La finissero una buona volta questi tuttologi di pontificare senza mai scendere in piazza a protestare insieme agli insegnanti a favore dell'istruzione statale.

Per non parlare dei politici che si lamentano degli studenti perchè ignoranti, proprio loro che sono gli unici artefici e responsabili della distruzione della scuola pubblica laica statale e come opera finale stanno per approvare gli 8 decreti ministeriali collegati all'impianto della legge 107/2015 per disintegrarla completamente!

Proprio loro che hanno nominato un ministro dell'Istruzione, dell'Università e Ricerca senza laurea ma con una grande voglia di ascoltare...

Paolo Latella
Segretario della Lombardia
Direzione nazionale del sindacato Unicobas Scuola

venerdì 3 febbraio 2017

UNICOBAS: prima analisi delle 8 Deleghe ex L. 107/2015


PRIMA ANALISI DELLE DELEGHE  ex  L. 107/2015

N. 377 RECLUTAMENTO

Per quanto riguarda lo specifico della DELEGA 377, questa ha il compito di realizzare quanto previsto all’art. 1, comma 181 (lett. b) della L.107, ossia l’avvio di un sistema ‘regolare’ di concorsi nazionali per l’assunzione di docenti nella scuola secondaria statale con contratto retribuito di durata triennale di tirocinio.
La riforma entrerà in vigore dall’anno scolastico 2020/21, nel frattempo, però, al fine di coprire i posti vacanti e disponibili, dovrebbe essere indetto un corso di Tirocinio Formativo Attivo per le classi di concorso e tipologie di posto per le quali sono esaurite le graduatorie ad esaurimento (art.17). Sempre nell’art.17 si prevede la possibilità, riservata ai docenti già abilitati, nonché a quelli iscritti nella terza fascia delle graduatorie di Istituto con almeno 36 mesi di servizio anche non continuativo, di accedere ad una quota di riserva nei nuovi percorsi concorsuali (non è, però, indicata la percentuale precisa di tale quota). nonché di poter partecipare ad una edizione del corso ridotta nella durata. Infatti, in base a quanto scritto sulla relazione tecnica, gli aspiranti docenti inclusi ancora nelle GaE, saranno esonerati dalle prove scritte in caso di partecipazione ai prossimi concorsi per insegnanti. In caso di superamento delle prove concorsuali, gli stessi non dovranno frequentare il corso di specializzazione annuale e se, oltre all’abilitazione, vanteranno pure i 36 mesi di servizio, saranno esonerati anche dal II anno di formazione.
La stessa corsia preferenziale sarebbe valida anche per gli abilitati inclusi e non nella II fascia delle graduatorie d’Istituto e i non abilitati collocati in III fascia che hanno alle spalle 36 mesi di servizio anche non continuativo.
Questi ultimi però, in caso di superamento delle prove, rispetto ai colleghi di II fascia, dovranno frequentare obbligatoriamente il corso di specializzazione annuale. Anche loro, invece, se conseguiranno il diploma, saranno ammessi direttamente al terzo anno di tirocinio e formazione.

Per accedere al concorso a cattedra, su base regionale e con cadenza biennale, bisognerà possedere oltre al diploma di laurea magistrale o al diploma accademico di secondo livello per le discipline artistiche e musicali, almeno 24 crediti CFU/CFA in didattica e pedagogia, avere la certificazione di competenze informatiche e soprattutto il certificato B2 in una lingua straniera (art.5).
Sono previste tre prove di esame: due prove scritte, a carattere nazionale, superate le quali si accede alla prova orale. Per i candidati ai posti di sostegno è prevista una terza prova scritta (art.6).
A conclusione delle prove viene compilata la graduatoria di merito (art.7) e i vincitori sottoscrivono con l’Ufficio Scolastico Regionale di competenza un contratto triennale retribuito di formazione iniziale e tirocinio, le cui condizioni per i primi due anni sono definite in sede di contrattazione collettiva nazionale (art.8)  e che corrisponderanno a circa 400/500 euro lordi al mese, un compenso veramente vergognoso per un laureato, specializzato e vincitore di concorso. Paradossale che i tanti che non sono stati assunti solo perché non erano nelle Gae, pur avendo maturato essi un servizio superiore e maggiormente continuativo, abilitati e/o pluriabilitati, debbano rifare concorsi per ulteriori abilitazioni, investire 3/4.000 euro, lavorare 2 anni ad un terzo dello stipendio che prenderebbero continuando a fare supplenze per sperare di tornare allo stipendio pieno al terzo anno.

Il corso di specializzazione a tempo pieno e a carico dello stato è articolato in corsi di lezioni, seminari e laboratori e in attività di tirocinio diretto e indiretto presso scuole dell’ambito territoriale di appartenenza, alle quali sono destinati non meno di 16 CFU/CFA, di cui almeno 10 di tirocinio diretto in presenza del docente della classe.
Il corso di specializzazione si conclude con un esame finale (art.9). Se è superato, il contrattista è tenuto a svolgere, nel secondo e terzo anno, un progetto di ricerca-azione sotto la guida del tutor universitario e scolastico e ad acquisire 10 CFU/CFA nel secondo anno e 5 CFU/CFA nel terzo anno in ambiti formativi collegati all’innovazione e alla sperimentazione didattica (art.10/11).
Inoltre, fermi restando gli impegni formativi, il contrattista di fatto sarà impiegato a sostituire i docenti di ruolo nella materia – classe di concorso per la quale ha superato il concorso, mentre nel terzo ed ultimo anno di formazione, potrà svolgere supplenze annuali con retribuzione pari a quella erogata ai supplenti (art.12)
Al termine dei tre anni, un’apposita commissione procede alla valutazione complessiva delle attività svolte dal docente nel triennio. I docenti, che conseguono una valutazione positiva, vengono collocati, in base al punteggio conseguito, in graduatorie regionali per l’accesso al ruolo e scelgono l’ambito scolastico di titolarità, tra quelli in cui vi sono posti/cattedre disponibili, secondo la posizione occupata in graduatoria. Il passaggio dall’ambito alla scuola avviene tramite chiamata diretta. Coloro i quali vengono valutati negativamente, al termine dei tre anni, non possono accedere al ruolo (art.13).

A conclusione dell’analisi possiamo sottolineare i pericoli insiti nell’Atto 377:
1.      eliminazione di fatto dei precari storici che se non riuscissero a superare il concorso si vedrebbero sorpassati dai nuovi vincitori e definitivamente esclusi da qualunque possibilità di impiego nella scuola
2.      percorso ad ostacoli, estremamente tortuoso e difficoltoso per i candidati insegnanti presso le Università e scuole di specializzazione, con un ulteriore sviluppo del business della specializzazione
3.      verranno impiegati i “tirocinanti” triennali per fare le supplenze con uno stipendio irrisorio (si parla di 400 euro lordi). D’altronde ciò accade da tempo nel mondo del lavoro privato con gli stage. Gran sfruttamento nel lavoro, con la scusa di imparare un mestiere e la promessa di una futura assunzione. Le casse dello Stato realizzano un risparmio notevole, ma si realizza un attacco gravissimo ai diritti dei lavoratori e alla dignità del personale della scuola
4.      Si gettano così le basi di quello sarà il futuro delle nuove generazioni di docenti, destinati ad avere meno diritti, ad essere esposti al volere discrezionale dei dirigenti, costretti ad un umiliante, lungo e sottopagato apprendistato. Con questo decreto il Jobs Act entra a vele spiegate nella scuola e nel pubblico impiego.
No:
a)      non si riconoscono le abilitazioni già conseguite (tramite concorso, SSIS, TFA, PAS), né si prevedono corsi abilitanti per chi possiede anni di servizio;
b)      non si riconosce il servizio prestato.

POSIZIONE UNICOBAS:
Prevedere un doppio canale di reclutamento (50% dei posti a concorso ordinario e 50% a concorso per titoli, per tutti i già abilitati con almeno un anno di servizio - 180 gg., anche ‘cumulativi’ –, che riconosca 12 punti per anno di servizio e 12 punti per ogni abilitazione conseguita (è assurdo che chi già possiede l’abilitazione debba rifare obbligatoriamente un concorso; altrettanto assurdo che non vengano previsti corsi abilitanti per chi ha lavorato anni nella scuola al pari degli abilitati).
_________________________________________________

N. 378 DIVERSAMENTE ABILI
Discutibile già dal sottotitolo (‘studenti con disabilità’, anziché con diversa abilità). Rischi: medicalizzazione dei docenti di sostegno, obbligati a somministrare cure e medicinali, a fare da paramedici (con responsabilità a loro carico). Abbandono degli alunni giudicati ‘inadeguati’ per scarsa soglia attentiva, per i quali (paradossalmente) scompare la figura dell’insegnante di sostegno. Queste norme sono propedeutiche al mero risparmio, alla riduzione drastica della qualità del sostegno scolastico e dell’intergrazione, alla riduzione dei docenti di sostegno, mirando a trasformare questa figura in una sorta di ‘figura di sistema’ (uno per istituto) atto a ‘formare’ e ‘guidare’ gli insegnanti di scuol comune, ‘riconvertiti’ in prestatori d’opera ed apprendisti ‘stregoni’, tramite irrilevanti corsetti di istituto.

CAPO I : prinicipi generali

Art 2 comma 2: 
chiediamo il ripristino dell’art 12 della legge 104 del 1992 che prevede la redazione congiunta della diagnosi funzionale, del profilo dinamico funzionale e del Pei. L’elaborazione spetterebbe solo agli altri componenti e non all’insegnante di sostegno. Con la delega Sostegno sarebbe valutato solo l’aspetto medico e non quello relazionale, sociale, scolastico.
Capo II: prestazioni e indicatori di qualità dell’inclusione scolastica
AEC. Collaboratori scolastici: rimane indefinito il n.° di ‘AEC’ da assumere in ordine alla popolazione degli alunni con diversa abilità. Anzi, col ribadire i limiti della dotazione organica (nazionale e provinciale), permane lo stato attuale di deficit anche per quanto attiene al n.° dei collaboratori scolastici in generale.
22 alunni di massima per le classi prime: si superano i limiti previsti dalla L. 517/77 (20 in presenza di diversamente abili per ogni classe).
Non sono previsti incrementi della cubatura delle aule in presenza di alunni ‘carrozzati’.

art. 4
qualifica l'inclusione scolastica come un elemento portante dei processi di valutazione e di autovalutazione delle scuole, nell'ambito del Sistema Nazionale di Valutazione (2013). Ad oggi nel Sistema di Valutazione, nei RAV e nei Piani di miglioramento, l’inclusione è stata considerata in modo molto marginale, mentre ora al comma 2 almeno formalmente vengono introdotti dei criteri relativi al processo di valutazione e di autovalutazione delle Istituzioni scolastiche, statali e paritarie, in tema di inclusione scolastica, obiettivi che dovrebbero consentire alle scuole di valutare la propria azione inclusiva, di misurarla e di individuare le opportune strategie per migliorarla o consolidarla. Anche all’Invalsi viene affidato il compito di definirne gli indicatori. Ma l’Invalsi, inadeguato e discriminatorio in generale, in quanto medicina peggiore della ‘malattia’, non risolverà la discriminazione operata in passato tenendo fuori i diversamente abili, accomunandoli nella miseria della ‘scuola-quiz’.

Capo III: procedure di certificazione per l’inclusione scolastica
Il richiamo agli standard dell’OMS è ‘altisonante’ quanto demagogica: gli standard di ‘compatibilità’ con l’attività didattica non tengono conto dell’integrazione prevista nel nostro Paese. La presenza delle classi e degli istituti differenziali, generalizzata all’estero, fa sì che gli standard dell’OMS siano ‘tarati’ su un piano di ‘compatibilità’ utili all’inclusione in quei Paesi nelle classi ‘normali’, che risultano invece inadeguati per la segnalazione degli handicap ‘leggeri’ e/o non conclamati. Il tentativo è quello di ridurre drasticamente il n.° delle segnalazioni, per ridurre il n.° degli insegnanti di sostegno. Il tutto è poi ‘contraddetto’ dal ruolo assegnato all’INPS, incompetente nel ridefinire l’accertamento diagnostico. La volontà politica di ridurre le segnalazioni e di ‘adeguarle’ al ribasso è evidente laddove questa medesima delega (art. 19, comma 2, capo VII) prevede la trasformazione della canonica diagnosi funzionale, in ‘valutazioni diagnostico-funzionali’, atte evidentemente a rendere ‘compatibili’ le diagnosi, by-passandole attraverso ‘valutazioni’ non di tipo medico e sociale, bensì presuntamente (ed esclusivamente) didattiche.

Art. 5  

la certificazione di handicap rimane di competenza strettamente sanitaria. Sono invece accorpati i due passaggi successivi (diagnosi funzionale e profilo dinamico funzionale) nella nuova "valutazione diagnostico-funzionale": a tal fine viene in parte sostituito l'art. 12 della legge n. 104/1992.
Su questa valutazione si appoggeranno le diverse provvidenze, ivi incluso il diritto al sostegno didattico, di cui l’alunno ha bisogno (e diritto) per una piena inclusione scolastica. Ciò potrebbe comportare la riduzione e/o l’eliminazione del sostegno sia per i casi con connotazione di massima gravità (art.3, c. 3, L.104/92), che per quelli di lieve e lievissima gravità. Con la modifica dela L. 104, cosa resta del diritto al rapporto ‘uno ad uno’ previsto per gli handicap gravi? Quanti alunni diversamente abili verranno esclusi dal sostegno solo per le valutazioni estemporanee e spurie delle nuove ‘Commissioni’ a prevalenza Inps e quanti a causa dell’esternalizzazione del dispositivo di intervento sull’inclusione e monitoraggio dei GIT (che agiscono sulla rete degli ambiti territoriali), con la scomparsa dei GLH (interni alle scuole)?
Bisogna tornare all’articolo 12 della legge 104 e ridare dignità al Pei.

art. 6

modifica l'attuale assetto delle Commissioni mediche, prevedendo che siano composte da un medico specialista in medicina legale che assume le funzioni di presidente e da due medici dei quali uno scelto tra gli specialisti in neuropsichiatria infantile e l'altro tra gli specialisti in pediatria. Le Commissioni sono integrate dal medico INPS, da un rappresentante dell'Amministrazione scolastica con specifiche competenze in materia di disabilità (un rappresentante dell’USR), da uno specialista (terapista della riabilitazione) e dall'operatore sociale. L'innovazione è negativamente significativa in quanto fin dall'inizio collega la valutazione diagnostico-funzionale alle modalità di integrazione concretamente possibili nei percorsi scolastici, subordinando di fatto il parere medico al parere di un ente previdenziale, quale l’INPS.
Vengono aboliti i GLH d'istituto e la competenza della quantificazione delle risorse di sostegno didattico passa dai dirigenti scolastici ai Gruppi per l'inclusione scolastica di nuova istituzione (GIT).
Passa l’idea di definire collegialmente sia il ‘funzionamento’ dell'alunno e dello studente con disabilità sia, in un momento successivo, quello della redazione della valutazione diagnostico-funzionale, per la tipologia di provvidenze di cui ha diritto, invertendo l'attuale prassi che fa sostanzialmente (e giustamente) coincidere la condizione di gravità e l’attribuzione delle provvidenze, incluso il sostegno didattico, senza che vengano più rilevati i bisogni effettivi di assistenza, didattici ed educativi, per ogni singolo alunno. 

art. 7

definisce la procedura per l'inclusione scolastica nell'ambito delle certificazione, specificando, per ciascuna fase, chi fa cosa e introducendo tempistiche certe per l'evasione delle pratiche.
La domanda per l'accertamento della disabilità va presentata all'INPS.
Ecco i passaggi in sintesi:
a) su richiesta dei genitori, il pediatra, di libera scelta, trasmette in via telematica la domanda di accertamento della condizione di disabilità;
b) la Commissione accerta la condizione di disabilità e redige la valutazione diagnostico-funzionale: la documentazione è consegnata ai genitori;
c) i genitori la consegnano al dirigente della scuola nonché al competente Ente locale ai fini della elaborazione, rispettivamente, del PEI e del Progetto individuale ove richiesto dai genitori;
e) il dirigente scolastico invia la documentazione al GIT ai fini della proposta delle risorse per il sostegno. Il  GIT, in base al Piano di inclusione contenuto nel Piano dell’Offerta formativa triennale (PTOF), alla valutazione diagnostico-funzionale e al Progetto individuale, definirà le risorse per lo studente diversamente abile.
Il rischio che si profila è che l’erogazione del servizio rimarrebbe collegata alle risorse previste dal PTOF e non terrebbe conto delle reali esigenze didattiche e formative dell’alunno diversamente abile.

La nuova procedura sembrerebbe semplificare l’iter burocratico a carico della famiglia, che sarebbero demandate al medico di base e alla scuola. In realtà, tale nuova procedura, rischia di escludere dalla valutazione prettamente medica l’ente preposto a tale funzione finora (ASL d’appartenenza).

art. 8

introduce il Gruppo per l'inclusione territoriale (GIT), istituiti a livello di Ambito territoriale, che sostituiscono i Gruppi di lavoro per l'integrazione scolastica (art. 15 della legge n. 104/1992), di fatto esternalizzando la valutazione (un GIT per Ambito Territoriale) che i singoli istituti facevano rispetto alla necessità delle risorse sul sostegno.
Ogni GIT è composto da un dirigente tecnico o un dirigente scolastico che lo presiede; tre dirigenti scolastici dell'ambito territoriale; due docenti, di cui uno per la scuola dell'infanzia e il primo ciclo di istruzione e uno per il secondo ciclo. Solo per i due docenti la Relazione tecnica prevede il semiesonero dall'orario di cattedra.
Il GIT, in qualità di organo tecnico, sulla base delle valutazioni diagnostico-funzionali, del Progetto individuale e del Piano per l'inclusione trasmessi dalle scuole, propone all'USR la quantificazione delle risorse di sostegno didattico per l'inclusione da assegnare a ciascuna scuola. L'assegnazione definitiva è effettuata dall'USR nell'ambito delle risorse per i posti di sostegno.

Capo V: programmazione e progettazione dell’inclusione
Art. 12 
In realtà ci si limita a dire che il docente deve rimanere dieci anni sul sostegno (violando l’attuale presupposto di stato giuridico che prevede un massimo di 5 anni prima di poter andare su scuola comune), ma non nella stessa scuola o con gli stessi alunni. Si allungano i tempi della permanenza sul sostegno dunque, ma la continuità ancora non è garantita con misure ad hoc, sufficienti a rispondere ai bisogni delle scuole italiane.
Limite innalzato a 10 anni per il passaggio dei docenti dal ‘sostegno’ alla scuola comune.
CAPO VI : Formazione iniziale dei docenti per il sostegno didattico
art. 13 (Formazione iniziale dei docenti di sostegno)

D’ora in poi sarà obbligatorio conseguire conseguire 120 crediti formativi universitari sull’inclusione scolastica che equivalgono a due anni di specializzazione. I criteri relativi al corso di specializzazione per quanto riguarda i crediti formativi e le ore di tirocinio valgono sia per la scuola dell'Infazia e primaria, che per la scuola secondaria.
a)      corso di specializzazione per la scuola dell'infanzia e la scuola primaria
b)      Il corso di specializzazione per le attività di sostegno è annuale e prevede l'acquisizione di 60 CFU, comprensivi di almeno 300 ore di tirocinio, pari a 12 crediti formativi universitari.
Esso è attivato presso le università autorizzate dal ministero, che provvede a programmare i corsi in ragione del fabbisogno del sistema nazionale di istruzione e formazione. Vi si accede a seguito del superamento di una prova preselettiva, riservata agli aspiranti in possesso della laurea magistrale a ciclo unico in Scienze della Formazione Primaria che abbiano conseguito ulteriori 60 CFU relativi alle didattiche dell'inclusione. La positiva conclusione del corso è titolo per l'insegnamento sui posti di sostegno della scuola dell'infanzia e della scuola primaria.

art. 14 (corso di specializzazione per la scuola secondaria di primo e secondo grado)

Nelle more dell'entrata in vigore del decreto legislativo per l'accesso all'insegnamento nella scuola secondaria (atto n. 377, attuativo della delega di cui al c. 181, lett. b, della legge n. 107/2015), la specializzazione per il sostegno didattico nella scuola secondaria di primo e secondo grado si consegue attraverso la frequenza del corso di specializzazione in pedagogia e didattica speciale. Esso è attivato presso le università autorizzate dal ministero: è annuale e prevede l'acquisizione di 60 CFU, comprensivi di almeno 300 ore di tirocinio, pari a 12 CFU.

Capo VII: ulteriori disposizioni
Corsi di ‘aggiornamento’ sulla diversa abilità per i docenti di scuola comune. La legge tradisce la volontà politica di ridurre le cattedre di sostegno, trasformandole gradualmente in ‘ruoli’ da ‘figure di sistema’ intese (scuola per scuola) a sovrintendere all’integrazione, delegandola in tutto o in parte al restante personale docente, ‘preparato’ con meri corsi necessariamente didascalici (anche perché contestuali al servizio) gestiti ‘alla buona’ in ogni istituto. Un rischio enorme per l’integrazione. Diagnosi: vd. quanto detto per il Capo III (ultime due righe).
Art.15
Nell'ambito del Piano nazionale di formazione (c. 124 della legge n. 107/2015) è prevista la formazione in servizio per il personale della scuola (anche ata), con specifiche attività formative appositamente calibrate per quei docenti, curricolari e di sostegno, che insegnano in classi in cui sono presenti alunni o studenti con disabilità.
Art.16
Il dirigente può proporre anche ai docenti dell’organico dell’autonomia di svolgere attività di sostegno, ma solo se in possesso di specifica specializzazione. Per favorire la continuità didattica in sede di conferimento delle supplenze, si prevede una disposizione per cui, in caso di fruttuoso rapporto docente-alunno, il contratto a tempo determinato possa essere prorogato al medesimo docente per l’anno scolastico successivo, ma solo a lezioni avviate e fermi restando i diritti del personale a tempo indeterminato. Visto che almeno il 30% dei posti di sostegno vengono fatti passare come ‘deroghe’, mentre invece andrebbero ricompresi nell’organico di fatto, per coprire i posti scoperti e garantire la continuità didattica, sarebbe invece doveroso assumere specializzati di sostegno e specializzandi all’ultimo anno.
_____________________________________________________

N. 379 ISTRUZIONE PROFESSIONALE

UNICOBAS SCUOLA. DELEGHE: L'ISTRUZIONE PROFESSIONALE ALLA STREGUA DELLA FORMAZIONE PROFESSIONALE (sistema unitario e articolato di "Scuole professionali"). ‘Revisione dei percorsi dell´istruzione professionale’: si prevede la presenza, su tutto il territorio nazionale, di un sistema unitario e articolato di non megli definite "Scuole professionali".
ART. 4
Comma 2: davvero contraddittoria la parificazione della ‘personalizzazione’ del piano per l’alunno con l’alternanza scuola lavoro.
Comma 3: ordine di priorità. Acquisire, nell’ordine: 1) competenze; 2) abilità; 3) ‘conoscenze’ di ‘indirizzo’. Alternanza scuola lavoro come apprendistato.
Comma 4: sostanziale parificazione dell’istruzione professionale alla mera Formazione professionale.
ART. 5
Comma 1:
punto d): alternanza scuola lavoro già dalla seconda classe;
punto e): tutto si riassume, ancora una volta, nell’acquisizione di competenze, in particolare nel Triennio (punto f).
ART. 6
Comma 1:
punto b): flessibilità oraria a carico dell’organico dell’autonomia, fino al 40% del monte orario, presumibilmente per l’apertura pomeridiana;
punto c): contratti d’opera esterni, suggeriti dal mondo dell’impresa;
punto d): l’attitudine all’apprendistato si esalta con le ‘esperienze di scuola-impresa e di bottega scuola’;
punto e): Collegio Docenti diviso strutturalmente in dipartimenti;
punto f): ‘esperti’ del mondo del lavoro (dell’impresa), in funzione di ‘proposta’.
Comma 2:
Biennio allungabile in Triennio (ma solo se regolato dalle Regioni).
ART. 7:
Comma 1:
punto b): parificazione di fatto dell’Istruzione Professionale alla Formazione Professionale.
Comma 2:
parificazione di fatto dell’Istruzione Professionale alla Formazione Professionale gestita dagli Enti Locali, con ‘offerta formativa unitaria’, nell’ambito di una ‘rete nazionale delle Scuole professionali’ (cosa ribadita nel Comma 3).
ART. 8:
Comma 5, punto b): valutazione come ‘bilancio di competenze’;
Comma 6): titoli di studio correlati fra Istruzione Professionale e Formazione Professionale (quanto spendibili, visto che saranno differenziati su base regionale?).
ART. 9:
Comma 1: regola le compresenze degli Insegnanti Tecnico Pratici.
ART. 10:
Comma 1): ingerenze nel sistema di valutazione da parte delle ‘parti sociali’ e possibile incrocio con l’Invalsi.
ALLEGATO A
Premessa: si ribadisce l’integrazione fra Istruzione Professionale e Formazione Professionale.
1:
…ispirata ‘ai modelli duali di apprendimento promossi dalla UE per intrecciare istruzione, formazione e lavoro (Vocational Education and Training – VET)’, per realizzare la formazione di ‘figure professionali di livello intermedio’, ove il ‘contributo cooperativo’ contraddistingue un livello meramente esecutivo, che ‘supera la figura del (lavoratore) qualificato’.
1.1:
Punto 6: acquisizione di lingua straniera in modo ‘settoriale’;
Punto 16: compiere la ‘scelta’ dell’apprendimento permanente;
Punto 19: orientato a mere competenze;
Punto 21: …‘metodologiche’.
Resto del testo: …ed alla sola ‘cultura del lavoro’, nell’amito di una cultura general-generica.
2:
Comma 1, punto b): reversibilità dell’Istruzione professionale con la Formazione Professionale;
Comma 4): autonomia delle ore normate dal singolo Istituto: massimo fino al 20%;
Punto n): apertura pomeridiana attraverso la rimodulazione del monte orario (che diventa obbligatoria per l’orario di servizio dei docenti, con ritorni o presenze pomeridiane vincolanti – questa è una invasione su di una materia squisitamente contrattuale, che spezza l’orario dei docenti);
Comma 5): contrattisti privati in funzione di insegnanti;
Comma 7): soprattutto apprendistato;
Comma 8): ‘stabili alleanze col sistema produttivo’.

____________________________________________________

N. 380 ZERO – SEI ANNI

La creazione del ‘sistema integrato zero – sei anni’ riporta una parte importante della Scuola italiana a prima della legge Coppino. Unifica di fatto, sotto l’egida degli Enti Locali, asili-nido, Scuole Materne comunali e Scuole dell’Infanzia Statali, facendo tornare la Scuola dell’Infanzia pubblica (una delle migliori del mondo) al più infimo dei livelli possibili (con gravi rischi persino per i ruoli delle insegnanti, che potranno venire ricomprese in organici regionali). Analizziamola:
“ART. 2:
Comma 2:
2. Il Sistema integrato di educazione e di istruzione accoglie le bambine e i bambini in base all’età ed è costituito da:
a)      servizi educativi per l'infanzia, articolati in:
1. nido e micronido;
2. servizi integrativi;
3. sezioni primavera.
b) scuole dell'infanzia statali e paritarie.
Comma 5:
Le sezioni primavera, di cui all'articolo l, comma 630, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, accolgono bambine e bambini tra ventiquattro e trentasei mesi di età e favoriscono la continuità del percorso educativo da zero a sei anni di età. Esse rispondono a specifiche funzioni di cura, educazione e istruzione con modalità adeguate ai tempi e agli stili di sviluppo e di apprendimento delle bambine e dei bambini nella fascia di età considerata. Esse sono aggregate, di norma, alle scuole per l'infanzia statali o paritarie o inserite nei Poli per l'infanzia”.

Queste sezioni ‘possono essere gestite anche dallo Stato’: quindi anche dagli Enti Locali. Il resto della Scuola dell’Infanzia ne seguirà progressivamente la sorte.

ART. 3, POLI PER L’INFANZIA
2. I Poli per l'infanzia accolgono, in un unico plesso o in edifici vicini, più strutture di educazione e di istruzione per bambine e bambini fino a sei anni di età, per offrire esperienze progettate nel quadro di uno stesso percorso educativo, in considerazione dell'età e nel rispetto dei tempi e degli stili di apprendimento di ciascuno. I Poli per l'infanzia si caratterizzano quali laboratori permanenti di ricerca, innovazione, partecipazione e apertura al territorio, anche al fine di favorire la massima flessibilità e diversificazione per il miglior utilizzo delle risorse, condividendo servizi generali, spazi collettivi e risorse professionali.
3. I Poli per l'infanzia possono essere costituiti anche presso direzioni didattiche o istituti comprensivi.

ART. 4, OBIETTIVI STRATEGICI
Come si evince ad una prima lettura, con questa ‘riforma’ non ci si pone neppure l’obiettivo di generalizzare la Scuola dell’Infanzia:
“…obiettivi strategici, in coerenza con le politiche europee:
a)      il progressivo consolidamento, ampliamento nonché l'accessibilità dei servizi educativi per l'infanzia, anche attraverso un loro riequilibrio territoriale, con l'obiettivo tendenziale di raggiungere almeno il 33 per cento di copertura della popolazione sotto i tre anni di età a livello nazionale;
b)      la graduale diffusione dei servizi educativi per l'infanzia con l'obiettivo tendenziale di giungere al 75 per cento nei Comuni, singoli o in forma associata”.


Non vi sarà alcuna ‘statalizzazione’ della Scuola dell’Infanzia:
“ART. 7, FUNZIONI
1. Per l'attuazione del presente decreto, gli Enti locali, singolarmente o in forma associata, nei limiti delle risorse finanziarie disponibili nei propri bilanci:
a)      gestiscono, in forma diretta e indiretta, propri servizi educativi per l'infanzia e proprie scuole dell'infanzia, tenendo conto dei provvedimenti regionali di cui all'articolo 6 e delle norme sulla parità scolastica” (vd. finanziamenti alle scuole dell’Infanzia private, col sistema della ‘sussidiarietà’)

ART. 8 PIANO D’AZIONE NAZIONALE PER LA PROMOZIONE DEL SISTEMA INTEGRATO DI EDUCAZIONE  E D’ISTRUZIONE

La stabilizzazione delle sezioni primavera (art.1 comma 630 L.296/2006) non tiene volutamente conto della necessità di organico aggiuntivo docente ed ATA (nemmeno attualmente previsto) necessario alla cura ed educazione di bambini di età inferiore ai 36 mesi e quindi con autonomia personale ridotta. Ma soprattutto tende a perpetuare un’invasione di campo prodotta a danno della Scuola dell’infanzia: gli alunni di 2 anni e mezzo non sono sufficientemente autonomi, né possono venir ricompresi nel novero degli obiettivi stabiliti con i ‘Nuovi Orientamenti’ della Scuola dell’Infanzia’.

Non ci sarà nessuna ‘gratuità’ per le famiglie:
“ART. 9, PARTECIPAZIONE ECONOMICA DELLE FAMIGLIE
1.      La soglia massima di partecipazione economica delle famiglie alle spese di funzionamento dei servizi educativi per l'infanzia, sia pubblici che privati accreditati che ricevono finanziamenti pubblici è definita con intesa in sede di Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, tenuto conto delle risorse disponibili a legislativa vigente e senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.

Sarà un busines per le Materne private:
“ART. 12, SISTEMA INTEGRATO
6. Per le scuole dell'infanzia, la progressiva generalizzazione dell'offerta è perseguita tramite la gestione diretta delle scuole statali e il sistema delle scuole paritarie, come previsto dalla legge 10 marzo 2000, n. 62”.

Non ci sarà alcuna equiparazione dei titoli di studio fra docenti delle Scuole dell’Infanzia statali (laureate) e delle Scuole Materne comunali (diploma triennale):
“ART. 14, NORME TRANSITORIE
2.      A decorrere dall'anno scolastico 2019/2020 l'accesso ai posti di educatore di servizi educativi per l'infanzia è consentito esclusivamente a coloro che S0110 in possesso della laurea triennale in Scienze dell'educazione nella classe L19 a indirizzo specifico per educatori dei servizi per l'infanzia o della laurea quinquennale a ciclo unico in Scienze della formazione primaria. Continuano ad avere validità per l'accesso ai posti di educatore dei servizi per l'infanzia i titoli conseguiti nell'ambito delle specifiche normative regionali ove non corrispondenti a quelli di cui al periodo precedente, conseguiti entro la data di entrata in vigore del presente decreto”.


DELEGHE 381 DIRITTO ALLO STUDIO / 382 CULTURA UMANISTICA / 384 VALUTAZIONE

Nella delega numero 381, DIRITTO ALLO STUDIO, articoli 2 e 8, si esplicita la modalità di erogazione del servizio anche per il diritto allo studio degli studenti in ospedale o con diritto di istruzione domiciliare; al comma 1, dell'articolo 8, viene definito, sia per gli studenti ricoverati in ospedale, sia per gli studenti residenti in case di cura o che hanno diritto all'istruzione domiciliare, l'erogazione del servizio e degli strumenti didattici necessari anche in forma digitale e in modalità telematica (“video-lezioni”? Videoconferenze?). Nel comma 3 dell'articolo 8 si evince chiaramente che dal 2017 l'erogazione del servizio scuola in ospedale non prevede nessuna possibilità di funzionamento attraverso personale a tempo determinato, ma dovrà essere erogato esclusivamente attraverso il cosiddetto organico dell'autonomia. Non essendo possibile utilizzare personale a tempo determinato (comma 3, art. 8), si pensa di far fronte al diritto allo studio di tali studenti attraverso, per esempio, lezioni video registrate o attraverso collegamenti internet attraverso “lezioni a distanza” impartite da docenti facenti parte del cosiddetto organico dell’autonomia?
_______________________________________________
La delega numero 382, CULTURA UMANISTICA, si occupa della promozione del sapere artistico storico culturale. Molto importante appare all'articolo 7, CAPO II, la citazione delle reti di scuole con riferimento specifico alla articolo 1, comma 70, della legge numero 107 del 2015 per lo svolgimento di attività quali il coordinamento delle progettualità relativi alla realizzazione dei temi della creatività, la valorizzazione delle professionalità del personale docente, la condivisione delle risorse strumentali e laboratoriali. Le reti saranno autorizzati a stipulare accordi e partenariati con soggetti pubblici e privati, accreditati dal ministero dell'istruzione e dal ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, secondo requisiti fissati da apposito protocollo d'intesa stipulato dei rispettivi Ministri.

La delega n.° 383 SCUOLE ITALIANE ALL’ESTERO, s’inquadra in una manovra che vede da tempo la progressiva ‘riduzione d’ufficio’ delle retribuzioni del personale docente ed ata impegnato all’estero, nonché nell’aumento contestuale dei carichi di lavoro. Nello specifico, le supplenze saranno a carico dei docenti assunti stabilmente, mentre le retribuzioni dei dirigenti segnano il passo, tanto da venir superate, proprio grazie alla retribuzione aggiuntiva delle supplenze, da quelle dei docenti.
_______________________________________________
Delega numero 384, VALUTAZIONE
Dall'articolo 1 di detto decreto legislativo si evince che la valutazione è coerente con l'offerta formativa delle situazioni scolastiche in conformità ai criteri e le modalità definite dal collegio dei docenti inserite nel Piano triennale dell'offerta formativa (Comma 2 articolo 1)
Dell'articolo 4 comma uno si determina che l'Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione formazione (INVALSI) effettua rilevazioni nazionali sugli apprendimenti degli alunni in italiano, matematica e inglese in coerenza con le indicazioni nazionali per il curricolo vigenti per quanto riguarda gli apprendimenti degli alunni della scuola primaria (comma 1 articolo 4). Al comma 2 dell'articolo 4 si specifica che le rilevazioni degli apprendimenti costituiscono parte integrante del processo di autovalutazione delle istituzioni scolastiche.

CAPO II - esami di Stato nel secondo ciclo di istruzione
Comma 2 articolo 14: si tiene conto dell'esame di Stato anche della partecipazione alle attività di alternanza scuola lavoro, dello sviluppo delle competenze digitali e del curriculum individuale.

Articolo 15 - ammissione dei candidati interni
Comma 1:sono ammessi a sostenere l'esame di Stato in qualità di candidati interni gli studenti che hanno frequentato l'ultimo anno di corso dei percorsi di istruzione secondaria di secondo grado presso istituzioni scolastiche e paritarie.
Comma 2: l'ammissione all'esame di Stato è disposta in sede di scrutinio finale. È ammesso all'esame di Stato lo studente in te sempre in possesso dei seguenti requisiti:
a) frequenza per almeno tre quarti del monte ore annuale personalizzato
b) partecipazione durante l'ultimo anno di corso alle prove predisposte dall'INVALSI
c) svolgimento dell'attività di alternanza scuola lavoro previsto dall'indirizzo di studio nel secondo biennio e nell'ultimo anno di corso
d) votazione media non inferiore a sei decimi compreso il voto di comportamento
Comma 3: sono equiparati ai candidati interni gli studenti in possesso del diploma professionale quadriennale di "Tecnico" conseguito nei percorsi di istruzione formazione professionale che abbiano positivamente frequentato il corso annuale previsto dall'articolo 15, comma sei, del decreto legislativo 17 ottobre 2005 n. 226
Comma 4: sono ammessi, a domanda, direttamente agli esami di Stato conclusivi del ciclo gli studenti che hanno riportato, nello scrutinio finale della penultima classe, non meno di otto decimi in ciascuna disciplina o gruppo di discipline e non meno di otto decimi nel comportamento, che hanno seguito un regolare corso di studi di istruzione secondaria di secondo grado e che hanno riportato votazione non inferiore a sette decimi.

Articolo 16 - ammissione dei candidati esterni
Comma 1: sono ammesso a sostenere l'esame di Stato in qualità di candidati esterni coloro che:
a) compiono il 19º anno di età entro l'anno solare in cui si svolge l'esame e dimostrino di avere adempiuto all'obbligo di istruzione;
b) siano in possesso del diploma di scuola secondaria di primo grado da un numero di anni almeno pari a quello della durata del corso prescelto, indipendentemente dall'età;
c) siano in possesso di titolo conseguito al termine di un corso di studio di istruzione secondaria di secondo grado di durata almeno quadriennale del preveggente ordinamento o in possesso di diploma professionale di tecnico di cui all'articolo 15 del decreto legislativo numero 226 del 2005.
Comma 2: l'ammissione dei candidati esterni è subordinata al superamento dell'esame preliminare.

Articolo 17 - attribuzione del credito scolastico
Comma 1: in sede di scrutinio finale il consiglio di classe attribuisce il punteggio per il credito scolastico maturato nel secondo biennio e nell'ultimo anno fino ad un massimo di 40 punti (12 per il terzo anno, 13 per il quarto anno e 15 per il quinto anno).

Tabella attribuzione credito:
Media
III anno
IV anno
V anno
M=6
7-8
8-9
9-10
6<M<=7
8-9
9-10
10-11
7<M<=8
9-10
10-11
11-12
8<M<=9
10-11
11-12
13-14
9<M<=10
11-12
12-13
14-15

Articolo 18 - Commissione e sede di esame
Comma 1: sono sede di esami per i candidati interni le istituzioni scolastiche statali e gli istituti paritari da essi frequentati.
Comma 2: per i candidati esterni sono sedi di esame gli istituti statali e gli istituti paritari cui sono assegnati. 
Comma 3: ai candidati esterni che abbiano compiuto il percorso formativo in scuole non statali e non paritarie o in corsi di preparazione comunque denominati è fatto divieto di sostenere gli esami in scuole paritarie che dipendono dallo stesso gestore o da altro gestore avente comunanza di interessi.

Articolo 19 - prove di esame
Comma 1: l'esame di Stato comprende due prove a carattere nazionale e un colloquio.
Comma 2: la prima prova , In forma scritta, accerta la padronanza della lingua italiana o della diversa lingua madre nelle scuole speciali di minoranza linguistica, e le capacità espressive logico linguistiche e critiche del candidato. Essa consiste nella redazione di un testo di tipo argomentativo E la prova può essere strutturata in più parti.
Comma 3: la seconda prova in forma scritta per oggetto una o più discipline caratterizzanti il corso di studio ed è intesa ad accertare le conoscenze, le abilità e le competenze attese dal profilo educativo culturale professionale dello studente dello specifico indirizzo.
Comma 9: per quanto riguarda il colloquio esso ha la finalità di accertare il conseguimento del profilo culturale educativo e professionale dello studente. A tal fine la commissione propone il candidato di analizzare testi, documenti, esperienze, progetti e problemi per verificare l'acquisizione dei contenuti e dei metodi propri delle singole discipline. Nell'ambito del colloquio il candidato espone mediante una breve relazione o elaborato multimediale, l'esperienza di alternanza scuola lavoro svolta nel percorso di studi.

Articolo 20 - esiti dell'esame
Comma 1: il voto finale complessivo è espresso in centesimi ed è il risultato della somma dei punti attribuiti dalla commissione d'esame alle prove di cui all'articolo 19 e dei punti acquisiti per il credito scolastico di ciascun candidato per un massimo di 40 punti.
Comma 2: la commissione d'esame dispone di massimo 20 punti per la valutazione di ciascuna delle prove di cui ai commi 2:03 dell'articolo 19 è di 20 punti per la valutazione del colloquio.

Articolo 21- prove scritte a carattere nazionale predisposti dall'INVALSI
Comma 1: gli studenti iscritti all'ultimo anno di scuola secondaria di secondo grado sostengono prove a carattere nazionale predisposti dal invalsi
Comma 2: per la prova di inglese l'invalsi accerta i livelli di apprendimento attraverso test di posizionamento in modalità adattiva sulle abilità di comprensione e uso della lingua, coerenti con il quadro comune di riferimento europeo per le lingue
Comma 3: l'esito delle prove sostenute nell'ultimo anno viene riportato, distintamente per ciascuna disciplina oggetto di rilevazione, in una specifica sezione all'interno del curriculum dello studente di cui al successivo articolo 23.
Comma 4: le azioni relative allo svolgimento delle rilevazioni nazionali costituiscono per le istituzioni scolastiche attività ordinarie di istituto .
Comma 5: le università, sulla base della propria autonomia, possono tenere a riferimento per l'accesso ai percorsi accademici, i livelli di competenza conseguiti nelle discipline oggetto delle prove di cui al comma 1.

Articolo 22 - esame di Stato per gli studenti con disabilità e disturbi specifici di apprendimento
Gli studenti con disabilità sono ammessi a sostenere l'esame di Stato (comma 1).
I docenti preposti al sostegno didattico degli studenti con disabilità partecipano a pieno titolo alle operazioni connesse alla ammissione dell'esame e al suo svolgimento (comma 2).
la commissione d'esame sulla base della documentazione fornita dal consiglio di classe predispone una o più prove differenziate in linea con gli interventi educativo didattici attuati sulla base del piano educativo individualizzato. Tali prove hanno valore equipollente ai fini del rilascio del titolo di studio conclusivo del secondo ciclo di istruzione. Nella diploma finale non viene fatta menzione dello svolgimento di prove differenziate (comma 3).
Agli studenti con disabilità per i quali sono state predisposte dalla commissione prove non è equipollenti a quelle ordinarie o che non hanno sostenuto uno o più prove viene rilasciato un attestato di credito formativo (comma 6).
Il riferimento all'effettuazione delle prove differenziate per gli studenti con disabilità va indicato esclusivamente nell'attestazione e non nelle tabelle affissi all'albo dell'istituto (comma 7).
Al termine dell'esame di Stato viene rilasciato agli studenti con disabilità il curriculum dello studente (comma 8) di cui al successivo articolo 23, comma 2.
Dal comma 10 alle 13 si parla di studenti con disturbo specifico di apprendimento.
In casi di particolare gravità del disturbo di apprendimento lo studente è esonerato dall'insegnamento delle lingue straniere. In sede di esame di Stato sostiene prove differenziate coerente con il percorso svolto, finalizzate solo al rilascio dell'attestato di credito formativo di cui al comma 6 (comma 14).

Articolo 23 - diploma finale e curriculum dello studente
Il diploma finale rilasciato in esito al superamento dell'esame di Stato attesta l'indirizzo la durata del corso di studi non che il punteggio ottenuto (comma 1).
Al diploma è allegato il curriculum dello studente in cui sono riportate le discipline ricomprese nel piano di studi con l'indicazione del monte ore complessivo destinato a ciascuna di esse. Viene anche indicato il livello di apprendimento conseguito nelle prove scritte a carattere nazionale di cui all'articolo 21, distintamente per ciascuna delle discipline oggetto di rilevazione. Sono indicate le competenze conoscenze e abilità anche professionali acquisite e le attività culturali, artistiche e di pratiche musicali, sportive e di volontariato, svolte in ambito extra scolastico nonché le attività di alternanza scuola lavoro ed altre eventuali certificazioni conseguite anche ai fini dell'orientamento dell'accesso al mondo del lavoro (comma 2).
Con proprio decreto il ministero dell'istruzione adotta i modelli di cui ai commi precedenti (comma 3).
__________________________________________________

TESTO UNICO 297: LA DELEGA CHE NON C’È
Modificare il testo unico attraverso una legge anzichè mediante un decreto leglislativo è un fatto grave, procedendo per decreto il Governo non avrebbe avuto la possibilità di stravolgere più di tanto gli assi portanti del testo unico del 1994 (stato giuridico del personale e organi collegiali): procedendo per via legislativa il Governo avrà mano libera e potrà accentuare ancora di più la posizione impiegatizia dei docenti.
Ed è proprio per questo che i sindacati tradizionali del comparto non hanno nulla da ridire su questa operazione, visto che sono stati proprio loro a voler confinare i docenti nella contrattazione di diritto privato.
Non da oggi sosteniamo che i docenti italiani continueranno a rimanere dentro la gabbia di una concezione impiegatizia della professione fino a quando la Scuola non uscirà dalle pastoie del decreto legislativo n.° 29 del 1993 sulla privatizzazione del rapporto di lavoro di pubblico impiego che li parifica ai ruoli emramente esecuitivi.
È per noi dell'’Unicobas una scelta obbligata quella di cambiare radicalmente lo stato giuridico dei Docenti e ridefinire il ruolo degli Ata. Nel passato più recente è stato favorito un lento ma progressivo processo di burocratizzazione della professione docente, caratterizzato da sempre più frequenti imposizioni amministrative e gerarchiche. Tutto ciò è frutto di indebite invasioni di campo, anche da parte delle organizzazioni sindacali tradizionali che hanno debordato persino sulla formazione iniziale e in itinere (come nel caso del contratto del '95, «a punti» legati all'aggiornamento), nonché di una costante latitanza degli organi legislativi e di una sorta di subordinazione delle stesse associazioni professionali nei confronti dei sindacati. In questi ultimi vent'anni il Parlamento ha approvato una serie di leggi che hanno inciso profondamente sulla condizione degli insegnanti, trasformandoli essenzialmente in «indistinti dipendenti pubblici», alla stregua di tutti gli altri impiegati dello Stato: la legge 29 marzo 1983, n. 93, nota come legge quadro sul pubblico impiego, a seguito della quale i docenti furono inseriti nel 6° e 7° livello impiegatizio e la funzione docente perse ogni specificità e si recise definitivamente il legame con la docenza universitaria; la legge delega 23 ottobre 1992, n. 421, sul pubblico impiego, che ha dato il via alla privatizzazione del rapporto di lavoro, distinguendo fra ciò che rimaneva riserva di legge e ciò che diventava materia di contrattazione. Il rapporto di lavoro della docenza universitaria non veniva invece privatizzato, come avvenuto per la Scuola con la diretta emanazione di tale norma: il decreto legislativo n. 29 del 1993
La legge 15 marzo 1997, n. 59, con cui è stata istituita l'autonomia scolastica e si è attribuita la dirigenza ai capi d'istituto, separando la loro contrattazione dal restante personale della scuola nega di fatto la caratteristica di lavoratore non subordinato attribuita ai docenti dalle norme sulla libertà d'insegnamento. Nell'università persiste invece, giustamente, la qualifica di preside di facoltà, figura elettiva, quale primus inter pares. 
Sulla scuola gravano quindi i dettami del decreto legislativo n. 29 del 1993, recepiti con il contratto del 1995 che impongono l'eliminazione degli automatismi di anzianità (con la trasformazione residuale e in via di sparizione degli scatti biennali in «gradoni» sessennali e settennali, in attesa della definitiva eliminazione degli stessi prevista ai sensi del medesimo decreto legislativo). Il citato decreto legislativo impone la riconversione professionale d'ufficio, così che un docente di laboratorio di ceramica di istituto tecnico professionale lo si è potuto «riciclare» su una cattedra di scienze della terra; un insegnante di educazione tecnica delle scuole medie, con la sparizione di quell'insegnamento e con la minaccia della mobilità provinciale e interprovinciale, è stato «adattato» per il sostegno, con buona pace dei precari specializzati lasciati a casa e dell'integrazione dei disabili. Si è scelto di operare come su dei travet, spostando di cattedra in cattedra gli insegnanti come se si trattasse di comandarli ad attendere ad una nuova pratica cartacea. In un'epoca nella quale, sull'altare della riduzione della spesa, si gioca a dadi con le carriere dei docenti - tramite tagli, riconversioni e accorpamenti di classi di concorso, attraverso un sostanziale spreco delle professionalità acquisite e una mobilità di cattedra che non tiene conto né della formazione culturale, né delle competenze maturate - è, peraltro, la dignità della scuola nel suo complesso a venire pesantemente colpita. Sono state poi introdotte la cassa integrazione e la licenziabilità per esubero; col placet delle organizzazioni sindacali tradizionali e in senso aziendalista, il preside è stato trasformato in dirigente scolastico e al tempo stesso in «datore di lavoro», aprendo la strada allo smantellamento dei concorsi pubblici e alla chiamata diretta per le assunzioni prevista inizialmente dalla proposta di legge di iniziativa dell'onorevole Aprea (Forza Italia), infine disposta dal Governo Renzi con la L. 107/2015. Ma il «dirigente», inesistente all'università (ove vigono solo, anche nel caso dei presidi di facoltà, qualifiche elettive), è stato in primis trasformato in «datore di lavoro» dal 1993 e senza il Dlvo 29/93 la 'Buona Scuola' di Renzi non sarebbe stata possibile. Col medesimo provvedimento, sempre nel 1993, è stato eliminato persino il ruolo, assegnando al personale assunto stabilmente «incarichi a tempo indeterminato», una dizione utilizzata in passato tipicamente con riferimento al personale precario, a sua volta ancor più instabile perché incaricato a tempo determinato. 

Perciò riteniamo necessario stabilire tramite specifiche disposizioni legislative:  
       
l'uscita dell'intero comparto scuola dal pubblico impiego (ponendolo fuori dal campo di applicazione del decreto legislativo n. 165 del 2001), il recupero degli automatismi salariali biennali d'anzianità come dato di garanzia sull'esperienza (sulla scorta di quanto avviene nella Repubblica federale elvetica, ove gli automatismi salariali d'anzianità sono addirittura annuali e tale trattamento è riservato solo agli insegnanti) e del ruolo come elemento di protezione e affermazione della libertà d'insegnamento, nonché della specificità professionale della funzione docente; 
        
il conseguente ritorno ad un contratto di natura non privatistica, specifico per l'intero comparto scuola (docenti e personale ATA), ristabilendo la possibilità di una vera rivalutazione (ad esempio tramite l'incremento dell'indennità di funzione docente) dello stipendio base degli insegnanti, altrimenti inchiodato, per legge, alle stime inflative dell'ISTAT e all'inflazione programmata dal Ministero dell'economia e delle finanze. Il perverso meccanismo disposto dal decreto legislativo n. 165 del 2001 rende impossibile anche il solo avvicinamento alla media retributiva europea, rispetto alla quale, tenuto conto del costo della vita, i docenti italiani si collocano ormai all'ultimo posto;         

il ruolo unico docente a parità di orario di lavoro (18 ore) e retribuzione, per ogni ordine e grado di scuola, con apposita indennità di funzione docente;   
      
il ripristino degli organi di rappresentanza previsti dal decreto del Presidente della Repubblica 31 maggio 1974, n. 416, quali i consigli scolastici distrettuali e provinciali, nonché del Consiglio nazionale della pubblica istruzione, che con l'entrata in vigore della legge n. 59 del 1997 sull'autonomia scolastica sono stati aboliti e non più rieletti dal lontano 1997;  
       
lo sdoppiamento delle figure «gestionali»: direttore amministrativo (oggi già presente) per il piano gestionale-contabile e preside, eletto ogni tre anni nell'ambito del collegio dei docenti fra quanti abbiano almeno 5 anni di sevizio in ruolo e titolo di frequenza relativo ad un apposito corso propedeutico; passaggio degli attuali dirigenti ai ruoli ispettivi (assolutamente sotto organico: 70 circa contro i 3.000 circa della Francia);   
      
la costituzione di un organismo di autogoverno indipendente dall'amministrazione e autonomo dai sindacati, con la funzione di dare evidenza, identità e tutela alla professione docente: il Consiglio superiore della docenza, eletto unicamente dagli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, con consigli a livello regionale, entrambi coadiuvati da esperti nominati dal Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca e dalle università. Il Consiglio superiore della docenza dovrebbe avere il compito di definire gli standard professionali, di sovrintendere alla formazione iniziale e in servizio, di intervenire sulle norme di accesso all'insegnamento, di gestire l'albo professionale, di statuire e far rispettare il codice deontologico. Gli standard professionali devono descrivere che cosa devono sapere e saper fare gli insegnanti. Essi sono l'elemento fondante dell'identità professionale e costituiscono la base indispensabile per la formazione iniziale e in itinere, per il reclutamento, per la valutazione e l'autovalutazione dei docenti. Vanno individuati standard generali della professione e standard specifici per le diverse aree disciplinari e per i diversi gradi scolastici, standard per la formazione iniziale, per il reclutamento e il superamento del periodo di prova.Insieme agli standard, il codice deontologico favorisce la costruzione dell'identità professionale, aumenta il senso di appartenenza alla propria comunità professionale e scientifica, costituisce esso stesso un importante riferimento ai fini della valutazione e dell'autovalutazione, nonché dell'attività educativa, e contempera l'autonomia professionale con i bisogni degli allievi e con i più generali interessi della società. Per essere efficaci, sia gli standard che il codice deontologico devono essere aperti alle sollecitazioni della concreta pratica professionale, della ricerca, della cultura e della domanda sociale; devono essere flessibili e dinamici, cioè continuamente aggiornabili e aggiornati, favorendo il confronto studenti-docenti sul piano formativo, ma ristabilendo il rispetto dei ruoli: ambito metodologico- didattico di stretta competenza degli insegnanti senza (dannose e inqualificabili) intromissioni; ambito formativo che attiene al rispetto fra i ruoli.

S'impone un'inversione di marcia per abbandonare la concezione burocratica dell'identità docente che determina: stipendi modesti, poca preparazione dei docenti, assenza di valutazione del merito individuale, scarsa stima da parte di famiglie e studenti. La strada da seguire è quella che porta al riconoscimento della professione: conoscenza verificata e in continuo aggiornamento della materia insegnata, stipendio parificato alle fasce superiori europee, riconquistata dignità di funzione agli occhi di famiglie e studenti. Sorge la necessità di un profondo ripensamento in termini culturali e organizzativi di tutto il comparto scuola e, in particolare, del modo di intendere l'esercizio della funzione docente. La società del terzo millennio ha necessità di «professionisti della conoscenza» (knowledge workers) che facciano riferimento ai loro enti di rappresentanza e non alla burocrazia ministeriale. La professione docente è segnata da tre elementi: alta specificità del ruolo istruttivo ed educativo, autonomia rispetto a valutazione e selezione dei professionisti che non vengono giudicati da altri enti, etica e deontologia elaborate fra gli operatori del settore. 

Il mondo della scuola possiede una particolarità rispetto al resto del mondo del lavoro. In esso si insegna e si apprende e non si tratta neanche di mera trasmissione del sapere, bensì si sviluppa e ricrea il sapere stesso, almeno per quanto attiene alle strategie dell'istruzione, dell'educazione e della formazione. Nella scuola non si costruiscono manufatti industriali, né si svolgono mansioni di tipo burocratico. Lo specifico prevalente è quello della funzione docente, che non è funzione d'impresa, né di tipo impiegatizio: proprio per questo l'assetto normativo e contrattuale attuale è assolutamente inadeguato. 

La Costituzione della Repubblica definisce scuola e università quali «istituzioni» (e la cosa non ha solo un rilievo terminologico, perché stabilisce una linea di demarcazione rispetto ai «servizi»), ma esse hanno due assetti contrattuali differenti: dell'università è stato creato un ibrido, dove i docenti hanno un contratto di natura pubblica e le altre figure lavorative un contratto privatizzato; nella scuola, invece, esiste solo la privatizzazione del rapporto di lavoro: la scuola, quindi, è stata trasformata in un «servizio» e i docenti in impiegati.Ma il momento dell'interazione metodologico-didattica non è affatto l'erogazione di un servizio; gli insegnanti non sono pompe di benzina e gli alunni non sono automobili di passaggio da riempire di nozioni. La figura del docente non è quella di chi attende ad un servizio, bensì quella di un ricercatore di percorsi formativi e culturali, e il titolo di studio non è un «atto dovuto», come la certificazione di un'analisi del sangue, bensì il risultato di un'interazione personale e didattica, di un percorso di vita e di ricerca. 

Proprio da questa innegabile constatazione sorge la necessità di un profondo ripensamento in termini culturali e organizzativi di tutto il comparto scuola e, in particolare, del modo di intendere l'esercizio della funzione docente. Anche per il personale Ata, collaboratori scolastici, aiutanti tecnici e personale di segreteria, deve essere riconosciuto, il ruolo di coadiuzione educativa con riferimento alle attività esercitate dal medesimo personale relativamente alla sorveglianza degli alunni nonché alla gestione della sicurezza, della strumentazione informatica e dei laboratori.

Occorre restituire alla Scuola il ruolo costituzionale di Istituzione, sottrattole con infinite manovre aziendaliste (cd. 'autonomia' inclusa). Ma la manovra ha avuto il suo cardine nel Dl.vo 29/1993 del Governo Amato. Questo, molto sinteticamente, include la Scuola (ma non Università, Magistratura, 'Sicurezza' e Difesa, etc.) nella privatizzazione del rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti, così che il nostro contratto è paradossalmente divenuto di natura privata proprio perché inseriti nel pubblico impiego, mentre è rimasto di natura pubblica per altri settori retribuiti dallo stato (in primis l'Università, dove si esercita la nostra stessa funzione).
Questa 'innovazione' regressiva impone regole rigide, prima di tutto alla contrattazione:
a) Non si possono ottenere aumenti stipendiali superiori all'inflazione programmatadalle leggi finanziarie dal Ministro dell'Economia (la qual cosa ci ha portato ad avere, nell'ambito UE, retribuzioni più basse - anche alla luce del diverso costo della vita - persino di Grecia - nonostante le riduzioni di spesa operate negli ultimi anni - e Portogallo; dagli spagnoli ci separano circa 1.000 euro netti su base mensile). Questa regola allontana matematicamente, di contratto in contratto, l'Italia dalla media retributiva UE, soprattutto perché il dato 'inflazione programmata' è del tutto previsionale (per l'anno a venire) e viene fissato sempre sotto l'inflazione dichiarata dall'Istat (che è sempre molto inferiore all'inflazione reale). In tempi di deflazione, addirittura, si rischia l'automatismo del blocco contrattuale. Impossibile, se non si esce dai vincoli del Dl.vo 29/1993, anche solo tentare di riavvicinarsi alla media retributiva UE. Tutto ciò fa sì che non esista più dal 1993 una vera trattativa contrattuale, determinando il tutto totalmente in via discrezionale il nostro datore di lavoro. Impossibile, in un quadro normativo del genere, persino battersi per un incremento dell'indennità di funzione docente.
b) L'eliminazione del 'ruolo', sostituito dall'incarico a tempo indeterminato (prima del Dl.vo 29, tipico del personale precario reincaricato per continuità didattica). Per i precari 'incarico a tempo determinato' (posizione molto più debole). Ma il 'ruolo' era soprattutto uno 'scudo' a garanzia dell'autonomia della funzione docente, che è tuttora (fino alla molto prossima eliminazione del Testo Unico '297') funzione di lavoro non subordinato (a garanzia del rispetto del vincolo costituzionale della libertà di insegnamento).
c) Sono stati eliminati gli scatti d'anzianità: il Dlvo 29/93 li cancella del tutto. Per noi è stato seguito un 'percorso a tempo': il 'congelamento' non è che l'anticamera dell'eliminazione degli scatti. Erano biennali e sono stati trasformati in 6 'gradoni': il primo di 3 anni, i successivi tre di 6 anni e gli ultimi due di 7. Anche senza alcun rinnovo contrattuale, oggi avremmo una retribuzione molto più alta se avessimo conservato quegli scatti. S'è detto che con quegli aumenti d'anzianità (che invece hanno conservato i docenti universitari, i magistrati ed i militari di carriera) 'sarebbero andati avanti tutti, anche i cialtroni'. Però persino la Svizzera, paese 'meritocratico'-liberista per eccellenza, che non prevede automatismi d'anzianità per nessuno, li conserva SOLO per gli insegnanti (e sono annuali), perché in tutto il mondo si sa bene che ad insegnare si impara soprattutto insegnando.
L'attuale, apparente, 'sopravvivenza' dei 'gradoni' è dal contratto del 1995 (quello che ha recepito i dettami del Dl.vo 29/93) del tutto aleatoria: infatti, dall'epoca non esiste più un 'capitolato' di spesa ove destinare fondi contrattuali per gli scatti d'anzianità. Tanto che la retribuzione degli scatti 'congelati' avviene a carico degli stanziamenti per il fondo di istituto. In parole povere, siamo sempre noi, Docenti ed Ata, a pagare: mentre aumentano i carichi di lavoro, per retribuire gli 'scatti' diminuiscono i fondi per gli straordinari, i progetti, le ore aggiuntive. Le residue retribuzioni d'anzianità passano da una tasca all'altra, ma sono sempre a nostro carico.
Ma la cosa più grave è stata la contestuale trasformazione del preside in 'datore di lavoro' interna al Dl.vo 29 (ancor prima che diventasse 'dirigente'): per questo è stata possibile la chiusura del cerchio avvenuta con la L. 107/2015. Era ovvio che questo singolare 'datore di lavoro', prima o poi, sarebbe diventato colui che t'assume, ti 'valuta' e ti licenzia. Questa definizione, che troviamo già nel contratto del 1995, annunciava la figura del 'dirigente' (ruolo aziendalista inesistente nelle Università - ove i presidi di facoltà sono elettivi - che confligge con la comunità educante e con l'ambito collegiale e democratico di autogoverno della scuola).
Il dirigente, introdotto con la cosiddetta 'autonomia' nel 2000 (che ha eliminato anche i Consigli Scolastici Provinciali ed i Consigli di Disciplina eletti), è diventato quindi l'arbitro assoluto di ogni controversia disciplinare, insieme all'Ufficio Scolastico Provinciale.
Se non si pretende l'uscita della Scuola dal campo di vigenza del Dl.vo 29, risulta assolutamente contraddittoria ogni battaglia contro la L. 107 (ed ora contro le famose 'deleghe' testé approvate), ancor più a fronte del tentativo annunciato il 14 Gennaio di abrogare del tutto il Testo Unico '297' tramite uno specifico disegno di legge richiamato dal Ministro Fedeli. Non hanno approvato la delega sul Testo Unico semplicemente perché sarebbero stati costretti a muoversi nell'ambito dell'attuale stato giuridico del personale della Scuola, mentre vogliono abbattere definitivamente ogni quarentigia, a cominciare dalla definizione di 'lavoratore non subordinato' richiamata (ancora) anche nel contratto. Questo è il vero 'atto d'indirizzo' del nuovo Ministro: andare persino oltre la L.107 (il lavoro più 'sporco' si lascia sempre ad un governo 'di scopo').
Per le ragioni su addotte, dobbiamo batterci per un contratto specifico di natura non privatistica per tutta la Scuola fuori dall'area del pubblico impiego (dove non è prevista certo la 'libertà di impiegamento' e dove non esistono le responsabilità penali che gravano su chi a che fare con minori) e per l'istituzione di un Consiglio Superiore della Docenza (con diramazioni provinciali), adibito a garantire, così come per la Magistratura, l'autonomia e la terzietà della Scuola pubblica.

Senza tutto ciò la privatizzazione della scuola e la sua subordinazione alle caste della politica ed agli interessi economici privati e di parte, come s'è ampiamente dimostrato, è sicura.

Stefano d'Errico
Segretario Nazionale Unicobas