Vivalascuola. Ho visto le emozioni prendere il volo


Lo scopo educativo e formativo del fare teatro a scuola: diventare più se stessi attraverso l’immedesimazione con un testo, un personaggio, attraverso l’incontro con qualcosa di bello… l’arte teatrale aspira ad essere una sintesi di tutte le altre arti e per questo offre a chi le si avvicina lo sconvolgimento e la messa in gioco di tutta la propria persona… Questo è il teatro: un luogo dove capisci chi sei tu e cosa sono le cose e insieme un luogo dove poter esprimere la tua scoperta. (Adriana Bagnoli)  
Teatro scuola educazione
di Sebastiano Aglieco
La pratica del laboratorio teatrale nella scuola, diversamente nominata a seconda delle mode, delle epoche e dei riferimenti ministeriali, ha sicuramente rappresentato uno dei maggiori investimenti educativi degli ultimi 30 anni. E faccio riferimento, s’intende, non a una tradizione di stampo salesiano, ancora difficile da estirpare, malgrado abbia avuto la sua funzione storica (la recita più o meno folcloristica, improvvisata e ruspante), ma al tentativo di metabolizzare gli esiti delle esperienze più importanti del teatro di ricerca – in particolare per quanto riguarda i risvolti strettamente connessi alla crescita del bambino/ragazzo – con la teorizzazione di pratiche poi naturalmente diffusesi in contesti educativi non necessariamente legati alla scuola ma al territorio in generale.
Sintetizzare, qui, la storia di un movimento estremamente eterogeneo, caratterizzato da culture, atteggiamenti, pratiche non assimilabili a un modello, è praticamente impossibile.
Un punto di vista generale si potrebbe ottenere partendo da un osservatorio privilegiato qual è, ancora oggi, la rassegna di teatro della scuola di Serra San Quirico, ma anche la testimonianza di Silvano Sbarbati, assiduo collaboratore, per diversi anni, della rassegna e poi fondatore, con un gruppo di addetti ai lavori e di amici, dell’Aite,Associazione italiana di teatreducazione, il cui scopo era quello di chiarire alcuni aspetti teorici rimasti in sospeso; lavoro intensissimo, svolto in un paio d’anni di attività in un contesto di piccolo gruppo e di lavoro collettivo, semprecon la tensione di un pensiero legato al fare anima e agli interventi su un microterritorio significativo dal punto di vista delle urgenze sociali e culturali.
Varrà la pena qui, prima delle testimonianze di allievi e insegnanti che hanno incontrato, a un certo punto della loro vita, teatro e maestri, e spesso per motivazioni legate alla propria crescita personale più che per progettualità professionale, elencare una serie di punti che costituiscono i fondamenti imprescindibili per una buona pratica di teatreducazione. Per chi volesse approfondire, faccio riferimento ad alcuni materiali apparsi a suo tempo sul sito dell’Aite, e che ora ho raccolto in un mio blog. Sono riflessioni su questioni importanti, che attraversano la pratica del laboratorio teatrale, per investire questioni più ampie, di pertinenza della pedagogia e della didattica. Per esempio:
- i rischi dell’ansia performativa e della seduzione dell’operatore teatrale (vedi più sotto, il testo di Paola Picardi)
la possibilità di fare teatro anche fuori dal teatro, attuando una riflessione a tutto campo sui processi e i risultati, o regressioni, dei propri cambiamenti (vedi il testo di Federico De Fabrizi)
- il ruolo e la figura del cosiddetto regista, da ripensare, senza demonizzarlo, in funzione di uno sguardo che, come diceva Peter Brook, si prende la responsabilità di vedere e far vedere
la funzione degli esercizi, da intendersi come pretesto per far accadere qualcosa che li attraversi, senza mai intenderli come risultato (vedi qui).
e ancora:
maieutica e stupore dell’accadere (qui)
cosa insegna teatreducazione (qui)
un vocabolario minimo (quiquiqui)
sguardo esterno (qui)
La riflessione su questi punti, che, nel contesto del teatreducazione non è mai astratta indissolubilmente legata al fare, costituisce una fase elaborativa importante rispetto agli aspetti storici già individuati e largamente praticati a partire dagli anni Settanta:
socializzazione
interazione epistemologica
coinvolgimento emotivo
controllo del narcisismo
rilevanza del percorso piuttosto che del risultato
scrittura e autoscrittura
Ecco il mio laboratorio teatrale
Per dare idea delle ricadute di alcuni concetti sopra elencati nella pratica concretissima del laboratorio teatrale, ecco come declino alcuni concetti e parole chiave.
Maieutica: Come educatore che gestisce il laboratorio teatrale, io non so. Spesso non so veramente. A volte fingo di non sapere.
Stanze nere: Siccome non so, spesso devo affrontare dubbi, improvvisi cambiamenti di rotta, adattamenti, spinte, rallentamenti.
Lo spazio non è necessariamente uno spazio vuoto, come ci hanno insegnato. Anche perché a scuola non ci sono più spazi. Allora lo spazio è ciò che si ha: aula con banchi e sedie e armadi, il lusso di un giardino, una sedia, un buco, un contenitore pieno di oggetti.
Maieutica dello stupore: Se tu tiri fuori dalla scatola gli oggetti uno a uno, questi diventano oggetti magici: un bastone può diventare un fucile, il tronco di un albero, un palo della luce…
Scoperta e invenzione: Bandire ogni idea di scenografia, di sfondi, di alberelli e fiorellini, facciate di case. La scenografia sono gli oggetti che usiamo e che abbiamo riscoperto nel nostro percorso aperto di maieutica.
Verità: Bandire lustrini e paillettes, travestimenti, trucchi. Io sono come sono. Se rido, rido veramente. Se sono timido, sono timido veramente. Se piango, piango veramente. Se mangio una mela, la mangio veramente. Se fingo di vedere da una finestra, la vedo veramente.
Testo: Bandire il copione scritto dato apriori. Ciò che dico è mio e l’ho scoperto io.
Bandire, insomma, tutto ciò che non venga da una scoperta, da un percorso guidato.
Questa è la maieutica.
Se abbiamo una storia, un racconto, li smontiamo come un giocattolo, li coloriamo, li stravolgiamo per poi ricostruirli a nostro modo. Li scopriamo veramente, infine.
Se non abbiamo una storia ce la costruiamo.
Narrare non vuol dire necessariamente mettere delle scene in ordine cronologico. Perché, comunque, si narra sempre qualcosa di noi: attraverso un testo, un oggetto, un’immagine, una suggestione, una musica. Nel mio laboratorio di teatro non si narra: si fa “poesia”.
Sguardo esterno: Quando lavoro con i bambini, non ho paura di farmi osservare dagli altri: gli altri, se guardano bene, non giudicano, ma ti rimandano un punto di vista. Possono dirmi, per esempio, se sono stanco, se ho deciso tutto da me, se i bambini erano persone dentro un percorso oppure gli oggetti di una mia egoistica espressione artistica.
Ansia performatica: Se io permetto a qualcuno di parlarmi, di osservar/ci in totale naturalezza, per come sono, per come sono io insieme alle persone che sto conducendo, l’ansia del fare troppo, l’ansia performatica del narciso che è in me è più controllata. Non mi metto a fare teatro in un contesto educativo se questo è il mezzo e lo strumento per sfogare la mia frustrazione di artista mancato.
Consapevolezza del fare – secondo palcoscenico: Il laboratorio procede attraverso la consapevolezza del fare: “step” di riflessione e di scoperta: cosa abbiamo fatto, scoperto, come possiamo andare avanti? Che cosa, a partire da questa scoperta, sarà diverso?
Consapevolezza nelle relazioni, nel controllo, nella percezione dei ritmi, soggettivi e collettivi, del gruppo; consapevolezza del come sono io, del come ero, del come sono cambiato o non cambiato.
Unità dell’insegnamento: Nel mio laboratorio teatrale non c’è solo il teatro: c’è la lingua italiana, la poesia, la musica, la pittura. Il laboratorio teatrale è un’esperienza riassuntiva.
Terzo palcoscenico: Dopo, dopo lo spettacolo, niente si è esaurito. Lo spettacolo ricomincia nella riflessione successiva, nella consapevolezza dei cambiamenti della persona, dello sguardo che si è aperto e ha scoperto.
Regista: Fare il regista, vuol dire non ordinare, non imporre, ma coordinare e permettere la scoperta: (il regista vede e fa vedere). Il regista è un seminatore che prepara il campo.
Gli esercizi: non sono degli spartiti da eseguire esattamente, come in genere pensano i teatranti che si sono formati secondo una determinata scuola e per i quali, spesso, gli esercizi sono icone sacre, inviolabili. Gli esercizi sono dei pretesti per far avvenire qualcosa. Gli esercizi si variano si trasformano e si deformano partendo da una traccia di partenza. Gli esercizi si inventano.
Arte: Si può trovare un senso, un movimento, un significato, il colore di un vestito etc. partendo da un giornale da cui si ritagliano immagini, o imitando un quadro, la sua struttura architettonica, i gesti e riproducendo con il proprio corpo. Si può trovare un nuovo senso ascoltando musica, disegnando, fotografando, e poi riportando tutte queste scoperte al fare teatrale.
Si deve
Nel mio laboratorio teatrale si esercita lo spirito critico.
Si impara a dire “non concordo”.
Si impara a dire “secondo me”.
Si devono prendere decisioni.
Si deve sbagliare.
Si può
recitare senza dire neanche una parola
recitare in silenzio facendo parlare la musica
usare lo spazio vuoto dandogli senso solo attraverso i movimenti, le relazioni.
E’ vietato
sentirsi delle marionette
fingere
recitare come i bambini
fare le “mosse”.
Nel mio laboratorio teatrale avvengono un sacco di altre cose che neanche io so.
Conclusioni
Dalla lettura di alcune testimonianze che ho chiesto per questa occasione, traspare chiaramente come fare teatro ed educazione non sia per niente pratica assimilabile al teatro tout court e come gran parte del valore delle esperienze dipenda e sia imprescindibilmente legato alle figure di riferimento, alle quali spesso si chiedono comportamenti alti di professionalità e di valore umano. Sono pratiche e valori difficilmente quantificabili con misurazioni oggettive, come purtroppo accade sempre più in maniera sistematica nella scuola degli ultimi anni.
Nel teatreducazione gli interventi si misurano, piuttosto, misurando la capacità del mettersi in gioco, dell’adattamento dei “saperi” alle necessità di crescita delle persone, dell’investimento emotivo e intellettivo. A volte si potrà leggere in queste testimonianze anche l’amarezza della perdita e del fallimento o il riconoscimento dei cambiamenti subentrati nella propria vita, a dimostrare come teatreducazione, oltre che essere una pratica, rimane ancora oggi, per le persone in evoluzione e in crescita, lo strumento più potente per attraversarsi e per conoscersi.
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dal Blog di Giorgio Morale: 
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/10/10/vivalascuola-90/

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