Convegno Scuola 21 maggio 2018: Intervento del prof. Paolo Latella - L’Italia è una nazione strana… si "dimentica" dell'art. 33 della Costituzione ma si "ricorda" puntualmente di aumentare i contributi alle scuole confessionali

Intervento di Paolo Latella al convegno "Buona scuola VS cattiva sQuola" a Milano del 21 maggio 2018

L’Italia è una nazione strana…
si "dimentica" dell'art. 33 della Costituzione ma si "ricorda" puntualmente di aumentare i contributi alle scuole confessionali




"Sai, la gente è strana prima si odia e poi si ama

cambia idea improvvisamente, 

prima la verità poi mentirà lui
senza serietà, come fosse niente...

sai la gente è matta forse è troppo insoddisfatta
segue il mondo ciecamente
quando la moda cambia, lei pure cambia
continuamente e scioccamente..."

Mia Martini – Almeno tu nell’Universo


L'Italia corteggia i poteri forti e si dimentica volutamente dei diritti costituzionali.
Mi riferisco al diritto allo studio e all'istruzione statale, un diritto costituzionale dimenticato.


Il sistema paritario, complesso e articolato, viene concepito nella attuale concretizzazione attraverso la legge 62/2000 (governo Prodi e confermato dai governo d’Alema, Amato, Berlusconi, ancora Prodi, ancora Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, contributi iniziali di 500 milioni di lire per arrivare nel 2018 a 575 milioni di euro che sommati ai contributi regionali e comunali) sfiorano all’anno gli 800 milioni di euro.

Questa legge, dopo lunga e faticosa trattativa tra i componenti dell’allora Ulivo, in cui spiccava una consistente rappresentanza di Popolari, cattolici riformisti, desiderosi di restituire agli istituti confessionali un ruolo prioritario sul piano dell’istruzione nazionale – al comma 4 riconosce la parità scolastica a quegli istituti che ne facciano richiesta e che abbiano:

a) un progetto educativo in armonia con i principi della Costituzione; un piano dell'offerta formativa conforme agli ordinamenti e alle disposizioni vigenti; attestazione della titolarità della gestione e la pubblicità dei bilanci;

b) la disponibilità di locali, arredi e attrezzature didattiche propri del tipo di scuola e conformi alle norme vigenti;

c) l'istituzione e il funzionamento degli organi collegiali improntati alla partecipazione democratica;

d) l'iscrizione alla scuola per tutti gli studenti i cui genitori ne facciano richiesta, purché in possesso di un titolo di studio valido per l'iscrizione alla classe che essi intendono frequentare;

e) l'applicazione delle norme vigenti in materia di inserimento di studenti con handicap o in condizioni di svantaggio;

f) l'organica costituzione di corsi completi: non può essere riconosciuta la parità a singole classi, tranne che in fase di istituzione di nuovi corsi completi, ad iniziare dalla prima classe;

g) personale docente fornito del titolo di abilitazione;

h) contratti individuali di lavoro per personale dirigente e insegnante che rispettino i contratti collettivi nazionali di settore.

Si tratta di una norma che ha fatto discutere ed è destinata a far discutere a lungo. Innanzitutto per lo stravolgimento e la manipolazione che – con il passare del tempo – se ne è fatto, trasformando il dettato dell’art 33 della Costituzione - “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato” - in un anomalo quanto continuo finanziamento dello Stato a favore delle paritarie (quasi 800 milioni di euro).

Tanto più clamoroso, quanto più mantenuto inalterato negli ultimi anni, quando il combinato tra la “riforma” Gelmini e l’azione degli altrettanto pericolosi successori di quel ministro fino ad arrivare alla Fedeli e la crisi economica hanno abbattuto i finanziamenti a favore della scuola statale.

Il sistema delle scuole paritarie in Italia si configura come un insieme di realtà molto differenti: prevalentemente istituti religiosi; scuole dell’infanzia e poche scuole primarie comunali, i diplomifici (quelli della compravendita dei diplomi, che non assolvono ai requisiti previsti dalla legge 62, e che – ciò nonostante – continuano ad operare indisturbati, in alcune zone del Paese persino gestiti dalla mafia locale). La prima e l’ultima categoria di istituti godono di privilegi e finanziamenti producendo effetti devastanti ora sul piano della laicità, ora su quello della legalità

Il"Libro nero della scuola italiana" scaricabile gratuitamente a questo link che ho scritto nel 2014 si configura come un’inchiesta in 17 capitoli che fa riflettere sull'illegalità nell'istruzione italiana (pubblica e privata) e le pressioni di Cei, Compagnia delle Opere e Opus Dei per la completa parità scolastica delle scuole religiose.

Il 28 giugno 2013 ho inviato all'allora ministro dell’Istruzione Carrozza un dossier sulla situazione delle scuole private nel nostro Paese. Passano più di 7 mesi e il 7 febbraio 2014 il dr. Bani, segretario del ministro, mi chiede chiede di inviare nuovamente il dossier. Sappiamo tutti che in quella data il governo Letta era già “bollito” e il “bacio di Giuda” stava per essere stampato sulla guancia di Letta (“Enrico, stai sereno”…). Forse Carrozza, quasi in procinto di preparare gli scatoloni, aveva sentito la necessità di consultare quel materiale, che si annunciava denso di contenuti “problematici”.

Dal nuovo rinvio, ricevuto dal ministro Stefania Giannini – che peraltro si è segnalata per la particolare ostinazione con la quale ha difeso a spada tratta il sistema paritario, considerandolo perfettamente equipollente alla scuola statale – è passato molto tempo, ma nessuna risposta è stata fornita. Forse, se la Giannini avesse letto il mio libro, sarebbe stata più cauta ad esprimere il proprio entusiasmo sulla vergognosa situazione delle scuole paritarie in Italia. Un sistema istituzionalizzato che si perpetra quotidianamente, in particolare nei diplomifici italiani; rimanendo tuttavia impassibile, se ne può essere certi, alla altrettanto grave violazione che ha portato alcuni poteri forti – Opus Dei, Compagnia delle Opere – a gestire e a orientare in maniera determinante le politiche, le decisioni e le scelte del Miur.

Dopo aver ricostruito – attraverso testimonianze prima faticosamente ricercate, poi giunte copiose sul mio telefono e sulla mia scrivania – la Cartina della vergogna, sono stato ricevuto al Miur il 17 settembre 2014, durante lo sciopero del mio sindacato, l’Unicobas. Lì alcuni dirigenti mi hanno chiesto di approfondire.

Peraltro, a maggio 2014 l’on Silvia Chimienti (M5S) aveva presentato un’interrogazione parlamentare che, sulla scorta del dossier, chiedeva delucidazioni sulle testimonianze anonime rese dai docenti di scuole paritarie di diverse zone d'Italia che, al fine di vedersi attribuito il punteggio in graduatoria per il servizio prestato, accettavano stipendi troppo bassi o addirittura non ricevevano alcun compenso. Sono andato avanti. Non potevo fare diversamente.

Il M5S nel 2014 ha presentato una proposta di legge contro i diplomifici ma il governo Renzi ha puntualmente ignorato. Link


Nel 2015 sempre dal M5S è stata presentata una proposta di legge per l'Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul funzionamento delle scuole paritarie e sulla condizione dei docenti in esse impiegati ma anche questa iniziativa è stata ignorata dal governo Renzi. link: 

Io e il mio sindacato Unicobas siamo contrari al finanziamento alle scuole paritarie. Queste scuole hanno la possibilità di inserirsi nell’alveo del sistema di istruzione nazionale, ma “senza oneri per lo Stato”, autofinanziandosi integralmente. Si tratta quasi sempre di un raffinato prodotto aziendale, anche di altissimo livello. Se l’idea iniziale nella scrittura di quella norma poteva essere mettere ordine nella giungla dell’istruzione privata, il libro evidenzia come la vegetazione si sia ulteriormente infittita, dando luogo ad una situazione scandalosa.

Catania: una collega mi scrive diverse volte. Ha lavorato facendo qualsiasi cosa nella scuola. Dopo che vengono pubblicati il dossier e la Cartina della vergogna, mi racconta delle minacce subite dalle colleghe perché non avrebbero avuto più punteggio se la sua testimonianza avesse suscitato l’interesse e i provvedimenti di qualcuno. Omertà e mantenimento del sistema – pur di lavorare – la fanno da padroni, anche nelle situazioni più deprivate.

Campania: la camorra gestisce molto, anche il catering per i bambini delle scuole primarie. Lì le scuole statali sono 217, contro le quasi 400 paritarie. Un business alla faccia del contribuente. Gli oneri per lo Stato ci sono eccome, e non solo in termini economici. Per esempio, per la conseguente devoluzione di diritti, in primis diritto al lavoro tutelato da norme riconosciute e condivise. Scempi pseudo-contrattuali o addirittura in nero, che fanno leva sulla necessità di lavorare di tante persone. Assenza di contributi, condizioni di lavoro infamanti, spesso collusione con la camorra.
Ho saputo di docenti che vanno a fare le pulizie a casa del titolare della scuola paritaria in cui lavorano. Assunzioni a fine settembre, fino alla fine di maggio: disponibilità massima. Esami di Stato gratuiti.
Se vuoi lavorare, le condizioni possono essere anche queste, prendere o lasciare. E l’esame deve avere un risultato vantaggioso per i “clienti” (che hanno pagato): altrimenti torni a casa.

La geografia di massima del sistema paritario in Italia è così suddivisa:

Dal Sud fino a Roma: si lavora per il punteggio, a salari bassissimi. Da Roma in su vige un altro sistema: qualsiasi sia il tuo titolo di studio (anche non quello richiesto per quell'insegnamento) riesci a lavorare: senza titoli e quindi a salario più basso; tanto – con quel titolo – non avresti avuto accesso all'insegnamento, quindi del punteggio non ti interessa nulla. Poi ci sono le scuole d'elite, con docenti che prendono anche 1700-1800 euro mensili. Le collusioni esistono dappertutto, persino nelle regioni che hanno storicamente espresso un livello di cittadinanza più alto e consapevole.


Nel 2018 in Sicilia una scuola paritaria su tre non è in regola:

Con due anni di ritardo rispetto al resto del Paese, sono partiti i controlli nelle scuole paritarie siciliane. E dopo le prime ispezioni l’Ufficio scolastico regionale ha proposto la chiusura di circa un terzo delle scuole visitate.

I controlli sono stati previsti dalla riforma della “Buona scuola” (Il templare Gabriele Toccafondi sottosegretario di stato all’Istruzione è stato ed è uno dei difensori più agguerriti del mondo paritario confessionale) proprio per rilanciare le paritarie sane.

Dovete sapere che in Sicilia la competenza sul tema è della Regione e l’iniziativa ha subìto ovviamente un enorme rallentamento. Al punto che le tre scuole paritarie di Acireale, Licata e Canicattì incappate lo scorso anno in una indagine della guardia di finanza che contesta a gestori, presidi e proprietari pesanti reati, come truffa, falso, abuso di ufficio e rivelazione di segreti di ufficio, continuano a funzionare indisturbate.

L’accordo tra l’Ufficio scolastico regionale, che ha in dotazione gli ispettori per passare al setaccio le paritarie, e la Regione, che ha la competenza in tema di istruzione non statale ma che non ha in organico ispettori, prevede che a visitare le scuole saranno gli ispettori dell’Usr e che sulla base delle loro relazioni si provvederà a confermare o revocare la parità scolastica. Le prime ispezioni sulle scuole superiori hanno portato a un risultato sorprendente. “Proporremo la chiusura di una decina di scuole sulle prime 34 controllate – spiega il direttore dell’Usr, Maria Luisa Altomonte – Abbiamo scoperto soprattutto una serie di istituti che presentavano la cosiddetta piramide rovesciata: troppi alunni nelle classi finali e pochi nelle prime classi”. Il che lascia presupporre che in molti casi si tratti di scuole alle quali si iscrivono soprattutto ragazzi che dopo una non felice carriera scolastica in altri istituti, cercano esclusivamente di conseguire il diploma.

E non è detto che le scuole a rischio siano terminate. Perché in Sicilia operano 211 istituti superiori paritari il 20 per cento dei quali non ha neppure le classi prime e seconde e funziona solo con terze, quarte e quinte. Per questa prima tranche di ispezioni “è la Regione che deve emettere il provvedimento di revoca della parità scolastica”, spiega la Altomonte. “Ma, in base all’accordo sottoscritto con noi, dovrebbe attenersi al nostro parere. Solo in casi particolari può procedere in maniera diversa”. E cioè lasciare che la scuola continui ad operare come istituto del servizio pubblico. “Con questo lavoro – conclude il direttore degli uffici di via Fattori – ci allineiamo a resto d’Italia eliminando una serie di situazioni anomale. La paritarie hanno tutto il diritto di esistere e ci auguriamo che prosperino ma nel rispetto delle regole”.

La situazione in Lombardia: 


La Lombardia è un laboratorio dove si sperimenta da anni “la chiamata diretta” nella formazione professionale regionale.
 


Il modello che Valentina Aprea, Suor Anna Monia Alfieri, Forza Italia e il Pd hanno sempre proposto come modello di scuola pubblica nazionale. In Lombardia esiste già il costo standard e la dote scuola”.

L’assegno che arriva direttamente nei centri di istruzione e formazione professionale: 4.500 euro annui + 3000 se lo studente usufruisce della legge 104. Un vero affare.

In questi centri ci sono i “famosi” docenti a chiamata diretta senza diritti. Vivono con pochissimi euro e li percepiscono ogni cinque sei mesi. Lavorano da diversi anni, riescono solo a pagarsi l’affitto, di supplenze nelle statali non se ne parla per colpa anche dei colleghi che arrivano da tutta Italia con punteggi gonfiati, ricevuti in quelle scuole paritarie che percepiscono i contributi statali e fanno pagare rette altissime agli studenti e che rilasciano ai docenti certificati discutibili ma purtroppo legali.

I CFP (Centri Formazione Professionale) in Italia hanno i contributi regionali, rilasciano titoli professionali. Prima della riforma Moratti, le qualifiche rilasciate dalle Regioni avevano un valore solo territoriale e non erano equiparabili ai titoli di studio rilasciati dalla scuola. Ora, con l’ingresso dell’IeFP (Istruzione e Formazione professionale) nel sistema educativo, sia le Qualifiche, sia i Diplomi professionali diventano titolo valido – al pari di quelli scolastici – per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione e del diritto dovere di istruzione e formazione. Sono poi spendibili e riconoscibili su tutto il territorio nazionale, perché riferiti a standard comuni, concordati tra le Regioni e approvati con Accordi Stato Regioni o in Conferenza Unificata. Il loro riferimento ai livelli europei (III° livello EQF per la Qualifica e IV° per il Diploma), li rende inoltre riconoscibili anche nell’ambito più vasto della Comunità Europea.

In Lombardia il percorso educativo dei ragazzi dai 6 ai 18 anni è accompagnato e sostenuto dalla Dote Scuola, che raggiunge diverse tipologie di studenti (sia quelli delle scuole statali e paritarie di ogni ordine e grado; che quelli dei percorsi di IeFP) e prevede contributi – anche componibili tra loro – per premiare il merito e l’eccellenza e per alleviare i costi aggiuntivi sostenuti dagli studenti disabili. In particolare, il contributo che copre le spese di frequenza dei ragazzi iscritti ai corsi regionali di IeFP è la “Dote Scuola per l’Istruzione e Formazione Professionale”. La possono richiedere gli studenti residenti o domiciliati in Lombardia che si iscrivono alla prima annualità di un percorso di IeFP, attivato dagli enti di formazione accreditati al sistema regionale.

Gli insegnanti in tutto questo sono l’anello debole del sistema di formazione. I contratti che questi centri utilizzano sono con paghe oraria da fame: co.pro., collaborazioni occasionali, partita Iva, ecc.. Bisogna arrivare a 30-32 ore a settimana per arrivare a 1000/1100 euro al mese senza considerare il tempo che dedichiamo alle riunioni, scrutini, esami, ecc. che non vengono retribuiti e devono anche pagarsi le spese di trasporto. Ma lo stipendio, se così si può chiamare, lo percepiscono ogni cinque mesi, anche se nel contratto c’è indicato che il pagamento avviene ogni 90 giorni. Le fatture vanno però emesse ogni mese e viene pagata anche l’Iva di un compenso ancora non ricevuto. Se questi docenti insegnano la materia per cui sono laureati ed iscritti in terza fascia, possono aggiornare il punteggio nelle graduatorie delle scuole statali. Il responsabile del Centro ti sfrutta anche per questo. Docenti che insegnano due materie mediamente in 6-8 classi da 23-26 alunni. Sono continuamente sotto pressione, sotto minaccia, sfruttati, appunto; non possono mai dire di no al direttore del Centro, altrimenti l’anno dopo non sono riconfermati e perdono quel minimo di continuità. Se poi aprono una vertenza sindacale, come è successo ad un collega in provincia di Brescia, non vengono più chiamati e a 45 anni – magari – si trovano a dover cambiare lavoro.

Per non parlare degli studenti che frequentano questi centri di formazione: è considerata per tutti l’ultima spiaggia per un titolo di studio; si iscrivono “bocciati” dalle altre scuole, stranieri, ragazzi con infiniti problemi psicologici gravi e molti hanno anche problemi giudiziari. Spesso i docenti sono minacciati “fisicamente” dai loro stessi alunni, o da loro derisi pesantemente. Dovrebbero essere i cosiddetti “collaboratori esterni” a gestire in libertà l’orario e l’attività, ma tutti sanno che così non è; anzi, lavorano più dei colleghi che all’interno del centro hanno il contratto a tempo indeterminato, con zero diritti e mille doveri… Ecco il laboratorio lombardo. Una sperimentazione per la distruzione della scuola pubblica laica statale.

Un laboratorio da anni portato avanti con l’avallo e la connivenza di tutti, compreso i partiti di maggioranza. La Buona Scuola è la prosecuzione del modello lombardo dove l’alternanza scuola lavoro entra a gamba tesa addirittura nella valutazione parte del tutor aziendale che esprime un giudizio in fase di ammissione agli esami di stato. Chi è che diceva che l’azienda non interferiva nell’istruzione statale?

Il mio timore è che se non si ferma questa deriva reazionaria, la sperimentazione lombarda possa essere estesa ad altre regioni.

Molti mi chiedono come mai i governi di sinistra non hanno fermato o bloccato i contributi alle scuole confessionali.

Gli interessi sono troppo grossi. La politica non può sputare nel piatto in cui mangia. I ministri che si sono succeduti, più che dimostrare la propria fedeltà allo Stato, hanno dimostrato la loro vicinanza al Vaticano, per quanto riguarda le paritarie confessionali. Per quanto riguarda i diplomifici, manca la volontà di smantellare un sistema che si basa proprio sulle connivenze, anche se la Giannini aveva creato uno staff di ispettori che avrebbero dovuto controllare a tappeto il mondo delle paritarie ma a tutt’oggi il Miur non ha pubblicato la situazione dei controlli, basti pensare che in Sicilia i controlli sono iniziati solo l’anno scorso e anche lì il silenzio (baciamo le mani) copre la realtà istituzionale.

Non si procede, ad esempio, ad un controllo capillare dei requisiti di parità, perché si sa già che essi non vengono assolti.
Non si procede a controlli incrociati dei versamenti degli stipendi dei docenti, per non toccare con mano le condizioni infamanti – a fronte di rette spesso molto alte pagate dagli studenti – in cui molti lavorano.
Ci sono enormi incapacità e assenza di volontà da parte della politica italiana di fermare questo mercato degli schiavi (a volte consenzienti), neo laureati che non vengono pagati o retribuiti con al massimo cinque euro all’ora, in cambio dei punti per scalare le graduatorie nelle scuole pubbliche, partecipare ai corsi abilitanti e insegnare nella scuola statale.

La Guardia di Finanza – con cui ho avuto un contatto diretto, come dimostrato a p. 283 – è ente accertatore in seguito a denuncia delle procure della Repubblica. Se le denunce non ci sono, perché mancano le visite ispettive e gli Uffici Scolastici Regionali si limitano a mandare anche alle scuole più a rischio di illegittimità un semplice modellino di autocertificazione, la Guardia di Finanza non deve e non può agire.


prof. Paolo Latella
Insegnante e giornalista
Segretario Unicobas Scuola & Università della Lombardia

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