Vi spiego perché essere contrari alla legge di parità non è un’ideologia sessantottina ma una garanzia dell'art. 33 della Costituzione!

La parità scolastica è certamente un argomento che il ministro dovrà affrontare anche se non l’ha inserito nelle linee di indirizzo, non si sa se volutamente o meno.

La parità scolastica in Italia è una partita aperta, una falla del sistema Stato che è di difficile soluzione.

L’influenza del Vaticano sul sistema scolastico italiano è reale, non è soltanto per la vicinanza, il Miur dista solo 5,9 Km dalla Città del Vaticano ma soprattutto per le leggi, gli accordi e convenzioni che regolano i rapporti tra i due stati.

In Italia esiste il principio costituzionale della libertà di educazione e trova la propria realizzazione attraverso le scuole statali, le scuole riconosciute paritarie e le scuole non paritarie ai sensi della Legge 10 marzo 2000, n. 62, nonché le scuole straniere, comunitarie e non comunitarie, operanti sul territorio nazionale di cui al DPR 18/04/1994, n. 389.

Le scuole non statali sono costituite da scuole paritarie private e degli enti locali e le scuole non paritarie.

Il riconoscimento della parità scolastica inserisce la scuola paritaria nel sistema nazionale di istruzione e garantisce l’equiparazione dei diritti e dei doveri degli studenti, le medesime modalità di svolgimento degli esami di Stato, l’assolvimento dell’obbligo di istruzione, l’abilitazione a rilasciare titoli di studio aventi valore legale e, più in generale, impegna le scuole paritarie a contribuire alla realizzazione della finalità di istruzione ed educazione che la Costituzione assegna alla scuola.

Le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico e devono accogliere chiunque, accettandone il progetto educativo, richieda di iscriversi; compresi gli alunni e studenti con handicap.

Le scuole non paritarie sono iscritte in elenchi regionali aggiornati ogni anno. Esse non possono rilasciare titoli di studio aventi valore legale né attestati intermedi o finali con valore di certificazione legale; la regolare frequenza della scuola non paritaria da parte degli alunni costituisce assolvimento dell’obbligo di istruzione.

Esiste però un’incongruenza giuridica tra l’art. 33 della Costituzione e la Legge 62/2000.

Dal 2000 (fu il centro sinistra con il Presidente del Consiglio D’Alema ad approvare la Legge 62/2000) le strutture scolastiche paritarie confessionali e degli enti locali ricevono un contributo statale di 570 milioni di euro a fronte della presentazione di un progetto didattico educativo.

Negli ultimi anni centro sinistra e centro destra stanno spingendo per garantire a queste strutture la vera attuazione della parità scolastica seguendo la linea della libera scelta educativa da parte dei genitori.

Sembrerebbe tutto perfetto ma non è così.

Secondo noi i contributi statali configgono con l’art. 33 della Costituzione:
L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

E` prescritto un esame di Stato per l'ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l'abilitazione all'esercizio professionale.

Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato”.


Il paradosso italiano è che le forza politiche sono praticamente tutte unite (compreso il M5S anche se all'interno c’è ancora qualcuno che non è d’accordo) nel garantire o addirittura aumentare i contributi alle scuole paritarie confessionali mentre gran parte della società italiana è contraria a garantire questa “retta” statale annuale di 570 milioni di euro nei confronti delle scuole paritarie confessionali, togliendoli di fatto alle scuole statali e al fondo di funzionamento di ogni singolo istituto.

Inoltre le scuole “non profit” paritarie confessionali obbligano le famiglie al pagamento di una retta non sempre alla portata di tutti.

Una “garanzia educativa” espressamente voluta da Comunione e Liberazione e dall’Opus Dei, l’area di destra del Vaticano dal centro sinistra e dal centro destra del Parlamento italiano.

Molti politici pensano che la cosiddetta battaglia contro le scuole paritaria sia essenzialmente ideologica ma non è così.

Ricordo che le scuole pubbliche statali non possono chiedere nessun finanziamento “obbligatorio” alle famiglie, come stabilito dalle leggi dello stato e , recentemente ribadito nella Circolare Ministeriale del 13.11.2019 avente ad oggetto Iscrizioni alle scuole dell'infanzia e alle scuole di ogni ordine e grado per l'anno scolastico 2020/2021, punto 2.2 - Contributi volontari e tasse scolastiche. Le scuole pubbliche, d’altra parte, ricevono dallo Stato finanziamenti insufficienti per il funzionamento e nessun finanziamento dalla Provincia, che è proprietaria delle strutture scolastiche;

- con i finanziamenti pubblici attuali, una scuola superiore (Licei, istituti tecnici e professionali) non solo non potrebbe offrire i servizi in atto, ma dovrebbe anche rinunciare all’abbonamento alla rete wifi, alle fotocopie e all’aggiornamento delle attrezzature di laboratorio. Non si potrebbero offrire a studenti nativi digitali pc adeguati, lim, laboratori CAD per i geometri, connessione a internet.

Un caso reale: l’Istituto Tecnico Economico “A. Bassi” di Lodi ha ricevuto per l’anno scolastico in corso il contributo di € 25049,46 se lo dividiamo per 1250 studenti scopriamo che 20, 05 euro non bastano nemmeno a garantire l’assicurazione ad ogni singolo studente.

- Una scuola, non potendo chiedere nessun finanziamento “obbligatorio” alle famiglie, quantifica ogni anno una quota che permetta la sopravvivenza di un’offerta formativa coerente con le esigenze formative degli studenti. Questa quota viene richiesta alle famiglie come contributo all’atto delle iscrizioni e, comunque, rimane insufficiente per le necessità della scuola, per cui vengono attivate molte altre forme di finanziamento tramite bandi pubblici nazionali ed europei e sovvenzioni di privati (ecco il rischio reale di una privatizzazione delle strutture scolastiche statali, quando invece dovrebbe essere lo Stato a garantire i servizi alle scuole statali).

Quello che mi amareggia e mi irrita è constatare come le diverse forze politiche litighino su tutto mentre poi sono d’accordo nel garantire i contributi scolastici statali alle scuole paritarie confessionali, giustificando i tagli alle scuole statali, come se il riconoscimento dell’art. 33 fosse soltanto un volantino propagandistico o un semplice post su Facebook...

La contraddizione intrinseca risiede nel fatto che il gettito dalla fiscalità pubblica alle scuole paritarie insiste su istituti che, appunto, per loro stessa natura, non sono per la maggioranza laici e pluralisti, bensì improntati al dogma religioso. Le due deviazioni configurano conseguenze e considerazioni diverse, talvolta convergenti ed intersecantesi, altre no.

Perché essere contrari alla legge di parità non è un’ideologia sessantottina ma una garanzia dell'art. 33 della Costituzione!

Lo ripeto dal 2000, noi siamo contrari al finanziamento alle scuole paritarie perchè hanno la possibilità di inserirsi nel sistema di istruzione nazionale, ma “senza oneri per lo Stato”, autofinanziandosi integralmente. Si tratta quasi sempre di un raffinato prodotto aziendale, anche di altissimo livello. Se l’idea iniziale nella scrittura di quella norma poteva essere: mettere ordine nella giungla dell’istruzione privata, il libro che ho scritto evidenzia come la vegetazione si sia ulteriormente infittita, dando luogo ad una situazione scandalosa.

La dimostrazione che il sistema delle scuole paritarie in Italia non funziona è la sequenza “quotidiana” di illegalità diffusa presente in queste strutture:

Catania: una collega mi scrive diverse volte. Ha lavorato facendo qualsiasi cosa nella scuola. Dopo che vengono pubblicati il dossier e la Cartina della vergogna, mi racconta delle minacce subite dalle colleghe perché non avrebbero avuto più punteggio se la sua testimonianza avesse suscitato l’interesse e i provvedimenti di qualcuno. Omertà e mantenimento del sistema – pur di lavorare – la fanno da padroni, anche nelle situazioni più deprivate.
Campania: la camorra gestisce molto, anche il catering per i bambini delle scuole primarie. Lì le scuole statali sono 217, contro le quasi 400 paritarie. Un business alla faccia del contribuente. Gli oneri per lo Stato ci sono eccome, e non solo in termini economici. Per esempio, per la conseguente devoluzione di diritti, in primis diritto al lavoro tutelato da norme riconosciute e condivise. Scempi pseudo-contrattuali o addirittura in nero, che fanno leva sulla necessità di lavorare di tante persone. Assenza di contributi, condizioni di lavoro infamanti, spesso collusione con la camorra.
Ho saputo di docenti che vanno a fare le pulizie a casa del titolare della scuola paritaria in cui lavorano. Assunzioni a fine settembre, fino alla fine di maggio: disponibilità massima. Esami di Stato gratuiti.
Se vuoi lavorare, le condizioni possono essere anche queste, prendere o lasciare. E l’esame deve avere un risultato vantaggioso per i “clienti” (che hanno pagato): altrimenti torni a casa.

In Italia il sistema delle scuole paritarie è strutturato in modo diverso e anomalo
Dal Sud fino a Roma: si lavora per il punteggio, a salari bassissimi. Da Roma in su vige un altro sistema: qualsiasi sia il tuo titolo di studio (anche non quello richiesto per quell’insegnamento) riesci a lavorare: senza titoli e quindi a salario più basso; tanto – con quel titolo – non avresti avuto accesso all’insegnamento, quindi del punteggio non ti interessa nulla. Poi ci sono le scuole d’elite, con docenti che prendono anche 1700-1800 euro mensili. Le collusioni esistono dappertutto, persino nelle regioni che hanno storicamente espresso un livello di cittadinanza più alto e consapevole.

In Lombardia dove vivo ed insegno la questione è complessa e il business è altissimo (uno dei motivi perché il Governatore spinge per la regionalizzazione dell’istruzione statale)

La Lombardia è un laboratorio dove si sperimenta da anni “la chiamata diretta” nella formazione professionale regionale. Il modello che Valentina Aprea, Suor Anna Monia Alfieri, Forza Italia, il Pd continuano annualmente a proporre come modello di scuola pubblica nazionale. In Lombardia esiste già il costo standard e la “dote scuola”. L’assegno che arriva direttamente nei centri di istruzione e formazione professionale: 4.500 euro annui + 3000 se lo studente usufruisce della legge 104. Un vero affare.

In questi centri ci sono i “famosi” docenti a chiamata diretta senza diritti. Vivono con pochissimi euro e li percepiscono ogni cinque sei mesi. Lavorano da diversi anni, riescono solo a pagarsi l’affitto, di supplenze nelle statali non se ne parla per colpa anche dei colleghi che arrivano da tutta Italia con punteggi gonfiati, ricevuti in quelle scuole paritarie che percepiscono i contributi statali e fanno pagare rette altissime agli studenti e che rilasciano ai docenti certificati discutibili ma purtroppo legali.

I CFP (Centri Formazione Professionale) in Italia hanno i contributi regionali, rilasciano titoli professionali. Prima della riforma Moratti, le qualifiche rilasciate dalle Regioni avevano un valore solo territoriale e non erano equiparabili ai titoli di studio rilasciati dalla scuola. Ora, con l’ingresso dell’IeFP (Istruzione e Formazione professionale) nel sistema educativo, sia le Qualifiche, sia i Diplomi professionali diventano titolo valido – al pari di quelli scolastici – per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione e del diritto dovere di istruzione e formazione. Sono poi spendibili e riconoscibili su tutto il territorio nazionale, perché riferiti a standard comuni, concordati tra le Regioni e approvati con Accordi Stato Regioni o in Conferenza Unificata. Il loro riferimento ai livelli europei (III° livello EQF per la Qualifica e IV° per il Diploma), li rende inoltre riconoscibili anche nell’ambito più vasto della Comunità Europea.

In Lombardia il percorso educativo dei ragazzi dai 6 ai 18 anni è accompagnato e sostenuto dalla Dote Scuola, che raggiunge diverse tipologie di studenti (sia quelli delle scuole statali e paritarie di ogni ordine e grado; che quelli dei percorsi di IeFP) e prevede contributi – anche componibili tra loro – per premiare il merito e l’eccellenza e per alleviare i costi aggiuntivi sostenuti dagli studenti disabili. In particolare, il contributo che copre le spese di frequenza dei ragazzi iscritti ai corsi regionali di IeFP è la “Dote Scuola per l’Istruzione e Formazione Professionale”. La possono richiedere gli studenti residenti o domiciliati in Lombardia che si iscrivono alla prima annualità di un percorso di IeFP, attivato dagli enti di formazione accreditati al sistema regionale.

Gli insegnanti in tutto questo sono l’anello debole del sistema di formazione. I contratti che questi centri utilizzano sono con paghe oraria da fame: co.pro., collaborazioni occasionali, partita Iva, ecc.. Bisogna lavorare 30-32 ore a settimana per arrivare a 1000/1100 euro al mese senza considerare il tempo che dedichiamo alle riunioni, scrutini, esami, ecc. che non vengono retribuiti e devono anche pagarsi le spese di trasporto. Ma lo stipendio, se così si può chiamare, lo percepiscono ogni cinque mesi, anche se nel contratto c’è indicato che il pagamento avviene ogni 90 giorni. Le fatture vanno però emesse ogni mese e viene pagata anche l’Iva di un compenso ancora non ricevuto. Se questi docenti insegnano la materia per cui sono laureati ed iscritti in terza fascia, possono aggiornare il punteggio nelle graduatorie delle scuole statali. Il responsabile del Centro ti sfrutta anche per questo. Docenti che insegnano due materie mediamente in 6-8 classi da 23-26 alunni. Sono continuamente sotto pressione, sotto minaccia, sfruttati, appunto; non possono mai dire di no al direttore del Centro, altrimenti l’anno dopo non sono riconfermati e perdono quel minimo di continuità. Se poi aprono una vertenza sindacale, come è successo ad un collega in provincia di Brescia, non vengono più chiamati e a 45 anni – magari – si trovano a dover cambiare lavoro.

Per non parlare degli studenti che frequentano questi centri di formazione: è considerata per tutti l’ultima spiaggia per un titolo di studio; si iscrivono “bocciati” dalle altre scuole, stranieri, ragazzi con infiniti problemi psicologici gravi e molti hanno anche problemi giudiziari. Spesso i docenti sono minacciati “fisicamente” dai loro stessi alunni, o da loro derisi pesantemente. Dovrebbero essere i cosiddetti “collaboratori esterni” a gestire in libertà l’orario e l’attività, ma tutti sanno che così non è; anzi, lavorano più dei colleghi che all’interno del centro hanno il contratto a tempo indeterminato, con zero diritti e mille doveri… Ecco il laboratorio lombardo. Una sperimentazione per la distruzione della scuola pubblica laica statale.

Un laboratorio da anni portato avanti con l’avallo e la connivenza di tutti, compreso il partito di maggioranza oggi.

Prima Forza Italia, Poi il PD, poi Lega e M5S e adesso M5S – PD –IV e LEU e… gli interessi sono sempre troppo grossi.

Questa politica non sputerà mai nel piatto in cui ha mangiato e continua a mangiare.

I ministri che si sono succeduti, più che difendere l’art. 33 della Costituzione (fino a qualche anno fa erano insieme a me davanti al Miur a protestare contro i contributi pubblici alle scuole paritarie), hanno preferito glissare e “sorvolare” su questo vergognoso sistema per non scomodare e disturbare le alte sfere del Vaticano e del busines.

Per quanto riguarda i diplomifici, manca la volontà di smantellare un sistema che si basa proprio sulle connivenze, rispetto al quale esistono accordi trasversali. Non si procede, ad esempio, ad un controllo capillare dei requisiti di parità, perché si sa già che essi non vengono assolti. Non si procede a controlli incrociati dei versamenti degli stipendi dei docenti, per non toccare con mano le condizioni infamanti – a fronte di rette spesso molto alte pagate dagli studenti – in cui molti lavorano. Ci sono enormi incapacità e assenza di volontà da parte della politica italiana di fermare questo mercato degli schiavi (a volte consenzienti), neo laureati che non vengono pagati o retribuiti con al massimo cinque euro all’ora, in cambio dei punti per scalare le graduatorie nelle scuole pubbliche, partecipare ai corsi abilitanti e insegnare nella scuola statale.

Siete ancora convinti che essere contrari ai contributi pubblici statali alle scuole paritarie sia semplicemente frutto di un’ideologia sessantottina?

E quello che ho scritto in questo articolo sia semplicemente un post su Facebook da non considerare?
No, signori miei! E' un modo semplice per dimostrare che l'art. 33 della Costituzione è sempre attuale e bisogna difenderlo in tutti i modi, contro ogni forma reazionaria che tenta di minare le fondamenta di uno stato democratico laico repubblicano come l'Italia!

prof. Paolo Latella
Membro dell'Esecutivo nazionale
Segretario Unicobas Scuola & Università della Lombardia

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